“La donna venuta dai ghiacci”, Sally Magnusson

La storia della feroce scorreria dei turchi nel 1627 è un trauma mai dimenticato in Islanda. Esistono documenti, che la scrittrice ha consultato, che narrano del duplice viaggio del pastore Olaf, che ricordano la sua “cara moglie”. Setacciando liste di nomi, Sally Magnusson ha trovato quello di Ásta- i dettagli coincidono. Tutto il resto, i suoi sentimenti, i dubbi, le ferite del suo cuore, sono invenzione della scrittrice. Ma questo è proprio il compito degli scrittori- restituire una vita su carta a chi non c’è più.

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C’è un ‘prima’, un ‘durante’ e un ‘dopo’ nella storia di Ásta. E c’è un giorno X che segna il distacco dal ‘prima’. Il ‘prima’ è uno scorcio di Islanda su una delle isole Vestmann, dove vive Ásta. È sposata con il pastore Olaf, più anziano di lei, hanno tre figli, la più grande è a servizio in Islanda, un quarto è in arrivo. Giornate battute dal vento, case molto spartane, una vita quotidiana di piccole lotte contro le difficoltà che l’asprezza del clima impone. Poi- è il 1627- arriva il giorno in cui dalle falesie si avvistano delle vele. Non sono navi danesi ma galeoni turchi. I pirati sbarcano, razziano, uccidono, prendono prigionieri 400 isolani, tra cui Ásta, il marito e i figli. Il mese in mare nella stiva della nave è un incubo. In condizioni inimmaginabili Ásta dà alla luce un maschietto.

La seconda parte di questo romanzo affascinante che ci racconta un capitolo sconosciuto di Storia è il ‘durante’, il racconto del tempo durante il quale Ásta è schiava del trafficante moro Cilleby ad Algeri, mentre suo marito Olaf viene inviato dal re di Danimarca a chiedere il riscatto per i suoi sudditi islandesi.

Ásta soffre lo strazio di essere separata dal figlio dodicenne, ma ha la fortuna di poter tenere con sé gli altri due bambini. E incomincia il tempo, lungo quasi dieci anni, in cui- mentre non si sa più nulla della spedizione di Olaf in Danimarca- lentamente Ásta si abitua alla nuova vita. È questa la parte più ammaliante del romanzo.

Grazie alla bravura della scrittrice, noi siamo Ásta, noi guardiamo con gli occhi di Ásta che si stupisce di tutto, della grande casa bianca piena di sole, delle fontane, dei tappeti, delle vesti delle donne, dell’abbondanza di frutta mai conosciuta prima, del cibo gustoso al posto delle aringhe essiccate. Come Ásta, noi consideriamo eretici i musulmani, comprendiamo la sua pungente nostalgia per le scogliere, per le fratercule dal becco arancione, per il marito che è sempre stato così comprensivo con lei. Ma il tempo agisce come la goccia d’acqua che scava la roccia. Ásta viene chiamata nella stanza del suo padrone che resta sconcertato da questa donna che non gli si sottomette come le altre donne dell’harem.

Ha inizio qualcosa di diverso da una banale storia d’amore. Non abbiamo il minimo dubbio di come andrà a finire questa schermaglia, ma un lento cambiamento avviene in entrambi sul filo delle mitiche storie che si raccontano, con Ásta nel ruolo di Sheherazade, con Cilleby nei panni dell’avvocato del diavolo che osserva come scorrerie e schiavitù siano presenti anche nelle antiche fiabe islandesi e lo fa notare ad Ásta che non ha niente da replicare, pur insistendo che quello era un tempo passato nella leggenda. Il cambiamento di Ásta è radicale, è giusto che sia così e si riassume in una sola parola: tolleranza. Scompare la severa morale luterana, ha ragione Cilleby quando dice che Dio è uno solo con tanti nomi. E non si può condannare la bella amica di Ásta che ha sposato un moro. La loro vita ormai è qui, in questo paese di luce e di sole.

Solo poco più di una trentina dei quattrocento islandesi strappati dall’isola accetta di essere riscattata, quando finalmente ce n’è la possibilità, e di tornare. Fra questi Ásta, lacerata da sentimenti contrastanti. È il senso del dovere che la fa tornare. Il suo cuore rimane lì, dove lascia suo figlio, dove c’è Cilleby.

Il ‘dopo’ è di una durezza resa amara dal confronto e dal rimpianto che rendono difficili il riinserimento. E lo sguardo di Ásta, dall’alto della scogliera, è rivolto ad un mondo che ha perso.

La storia della feroce scorreria dei turchi nel 1627 è un trauma mai dimenticato in Islanda. Esistono documenti, che la scrittrice ha consultato, che narrano del duplice viaggio del pastore Olaf, che ricordano la sua “cara moglie”. Setacciando liste di nomi, Sally Magnusson ha trovato quello di Ásta- i dettagli coincidono. Tutto il resto, i suoi sentimenti, i dubbi, le ferite del suo cuore, sono invenzione della scrittrice. Ma questo è proprio il compito degli scrittori- restituire una vita su carta a chi non c’è più.

Ed. Neri Pozza, trad. A. Zabini, pagg.324, Euro 18,00

Recensione a cura di Marilia Piccone

Agosto 2020

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