“Il gioiello della corona”, Paul Scott

É il 1942. L'Europa è in guerra. I giapponesi sono sbarcati a Burma (l’odierno Myanmar). Gli indiani del Congresso, sotto la guida di Gandhi, li considerano come i possibili liberatori dal giogo inglese. Al grido di “Quit India”, Andatevene dall'India, scoppiano disordini in tutte le città, anche nell'acquartieramento di Mayapore, una fittizia cittadina nel Bengala dove si svolge il romanzo di Scott.

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"Che cosa c'è in un nome? quella che chiamiamo rosa avrebbe un profumo altrettanto dolce con qualunque altro nome", dice Romeo a Giulietta per rivendicare il suo amore aldilà dell'inimicizia tra le loro due famiglie. Non è vero. Ascoltate questi due nomi: Harry Coomer e Hari Kumar. Pronuncia molto simile, scritti in maniera diversa, i due nomi dello stesso uomo nella versione inglese e in quella indiana. L'uomo dalla pelle scura arrivato in Inghilterra con il padre rimasto vedovo quando aveva solo due anni, lo Harry Coomer che aveva frequentato una delle migliori scuole inglesi, che parlava un inglese non solo perfetto ma "upper class", non è più lui quando, dopo il suicidio del padre e la scoperta che questi aveva perso tutti i soldi, ritorna in India. Adesso si chiama Hari Kumar (anche se fatica a riconoscersi con questo nome), non sa una parola di hindi, vive in casa della sorella di suo padre a Mayapore, ed entrambi devono fare affidamento sulla carità del cognato della zia. Hari non sa più chi è, è diventato invisibile, non riconosciuto dagli indiani come uno di loro e, ancora peggio, disprezzato dalla comunità inglese in India perché 'nero'.

Hari Kumar è uno dei due personaggi principali dell'affascinante romanzo di Paul Scott "Il gioiello della corona", primo libro di una quadrilogia che è stato ristampato con una nuova traduzione- l'edizione originale è del 1966. Un titolo che nasconde l'ipocrisia del colonialismo. È l'India ‘il gioiello della corona’, ma sono solo parole. L'India è un gioiello per la ricchezza che apporta all'Impero che non sarebbe mai diventato così potente senza sfruttarla. E tuttavia bisogna ammantare questo sfruttamento di perbenismo: è ‘il fardello dell'uomo bianco’, nelle parole di Kipling, quello di portare la civiltà nei paesi ‘barbari’ anche a costo di sacrifici.

É il 1942. L'Europa è in guerra. I giapponesi sono sbarcati a Burma (l’odierno Myanmar). Gli indiani del Congresso, sotto la guida di Gandhi, li considerano come i possibili liberatori dal giogo inglese. Al grido di “Quit India”, Andatevene dall'India, scoppiano disordini in tutte le città, anche nell'acquartieramento di Mayapore, una fittizia cittadina nel Bengala dove si svolge il romanzo di Scott.

Gli avvenimenti di quei giorni vengono raccontati da personaggi diversi e quindi visti da diverse angolazioni. La prima parte del libro è come un’introduzione all'episodio centrale, è una anticipazione del clima di minaccia e di violenza che incombe. Anche le parole che Edwina Crane, la non più giovane direttrice scolastica, continua a ripetere, “Non c'è niente che possa fare. Niente.”, potrebbero essere ripetute più tardi quando accade il peggio. L'automobile guidata da Miss Crane viene fermata da un gruppo di rivoltosi. L'insegnante che viaggia con lei muore. E Miss Crane aspetta i soccorsi, seduta sotto la pioggia sul ciglio della strada, stringendo il collega tra le braccia mentre le fiamme divorano l'auto. Così come dopo avvolgeranno la stessa Miss Crane nell'imitazione di un ‘suttee’- la vedova che si immola su un’India che non c'è più.

Mentre iniziano ad esserci chiare la discriminazione che proibisce agli indiani l'ingresso nei locali frequentati dagli inglesi e la profonda frattura tra i bianchi colonizzatori che si reputano ‘la razza superiore’ (come i nazisti contro cui combattono) e i nativi indiani, vengono introdotti gli altri due personaggi, entrambi inglesi, vertici con Hari di un triangolo esplosivo- Miss Daphne Manners e il poliziotto Ronald Merrick.

Goffa, con gli occhiali, orfana (come Hari), senza soldi (come Hari), ospite in India di una zia (come Hari, anche se lui si ribella al paragone), Miss Manners vive in casa di Lily Chatterjee, un'indiana liberale di alto rango, amica della zia.

Succede quello che succede sempre nei conflitti razziali, quando si dà per scontato ed è universalmente accettato che l'uomo bianco si accoppi ad una donna indigena o di colore, ma è del tutto inammissibile che accada il contrario. Non c'è posto dove Hari e Daphne possano incontrarsi tranne che nella McGregor House di Lady Chatterjee e nei Bibighar Gardens- c'è un'altra storia dietro i Bibighar Gardens, un nome che ricorre per tutto il romanzo con la sua duplice allusione all'amore e alla violenza. È nell'oscurità dei Bibighar Gardens che, aizzati dalla scena di amore a cui hanno assistito, un gruppetto di facinorosi stuprano Daphne. Lei si rifiuterà di confrontarsi con i i ragazzi arrestati- è certa che non siano i colpevoli, ma uno di loro è Hari su cui si sfoga la gelosia selvaggia di Ronald Merrick, uno dei personaggi più odiosi di sempre.

A quarant’anni di distanza da “Passaggio in India” di Forster, uno stupro al centro del romanzo. Nel libro di Forster era uno stupro solo immaginato che portava ad un processo che scagionava l'accusato pur marchiandolo. Qui è uno stupro realmente subito che non porterà a nessun processo per mancanza di accusa, per difendere l’amore. Eppure in entrambi i romanzi lo stupro serve da detonatore per gli insanabili contrasti razziali e politici e diventa una metafora per la violenza che è stata fatta su un intero paese, non diversamente da quanto accade in altri romanzi più vicini a noi, “La ciociara” di Moravia o “La storia” della Morante.

Si ha tempo di riflettere, leggendo “Il gioiello della corona”. Perché la vicenda è ripetuta nelle varie parti che gettano luce anche sugli altri personaggi indiani e inglesi- non solo l'odioso Merrick ma anche Mrs. Manners dalle ampie vedute che ci ricorda Mrs. Moore di Forster, l’ equilibrato vice commissario che richiama Mr. Fielding di “Passaggio in India”. Non c'è un unico narratore e non c'è unico tono narrativo nel romanzo. Più lente e perfino troppo particolareggiate le parti più prettamente storico-militari-politiche. Ci sono flashback, lettere e, per finire, il diario di Daphne che la zia invia a Lady Chatterjee- un lascito prezioso, tragico e straziante per chi resta.

Un film per la BBC è stato tratto dal libro di Paul Scott. Lo potete vedere su YouTube. Anche se, come spesso avviene, estrapola la storia d'amore dal romanzo, ve lo consiglio. E naturalmente dovete leggere il libro.

Ed. Fazi, trad. S.Bortolussi, pagg. 444, Euro 19,00, formato kindle 9,99

Recensione a cura di Marilia Piccone
Ottobre 2020
leggerealumedicandela.blogspot.it