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La RSI su “Felicità e Lavoro”: un tema vasto, che contiene moltitudini

creato da Alessandra Lotti ultima modifica 13/12/2019 12:40
A Modena, il Baluardo della Cittadella ha ospitato il convegno per il decimo anniversario della Responsabilità Sociale di Impresa. Leggi il racconto della giornata.
Il concetto di Responsabilità Sociale di Impresa (RSI) si fonda sulla compatibilità tra il benessere della persona e lo sviluppo economico sostenibile, il tutto con un occhio di riguardo per i problemi ambientali. L'attenzione per questi temi etici è recente, ma è interessante notare come oggi stiano prendendo sempre più piede sia nelle dinamiche aziendali che nel quotidiano dei cittadini.

 

Su questo Modena non è rimasta indietro: mercoledì 27 novembre, presso il Baluardo della Cittadella, si è infatti tenuto il Forum finale dell'Associazione per la RSI. L'occasione era anche quella di festeggiarne il decimo anniversario, prima con la proiezione di un video realizzato per l'occasione e poi con la consegna del “Premio per iniziative di Responsabilità Sociale coerenti con l'agenda 2030” a Walter Sancassiani, fondatore della società di consulenza Focus Lab.

 

In apertura dell'evento, la presentazione dei progetti realizzati dai laboratori di co-design nel corso del 2019. A seguire la testimonianza di Maddalena Cavicchioli, ricercatrice presso il Dipartimento di Economia Marco Biagi dell'Università di Modena e Reggio Emilia. La professoressa ha presentato una ricerca sui modi per misurare la felicità prodotta all'interno delle aziende, di cui si è parlato anche successivamente nel corso del forum.

 

Il cuore dell'iniziativa è stato il convegno “Felicità e Lavoro”, una riflessione multidisciplinare portata avanti da tre relatori d'eccezione, prima da un punto di vista filosofico, poi scientifico e infine economico.

 

Massimo Angelini, filosofo e scrittore, ha aperto il dibattito spingendoci a indagare sull'etimologia delle parole per capirne il significato più profondo. Felicità e lavoro, ad esempio, possono sembrarci parole scontate della nostra quotidianità, ma non lo sono.

 

Prendiamo la parola “felicità”: la sua radice indoeuropea, fe–, significa produrre (da cui feto, fecondo). Nella sua etimologia nasconde quindi una natura individuale, infatti si può essere felici anche da soli o a discapito della felicità degli altri. Proprio perché si tratta di un'emozione personale e non collettiva, la si può ricercare in molti modi diversi: basta pensare a quanti libri di auto-aiuto sul tema possiamo trovare in libreria. Ben diverso il significato di gioia, che non a caso ha origine dalla radice yug–, unione (da cui coniugi, yoga). Se si può perseguire la felicità anche da soli, per gioire dobbiamo essere almeno in due.

 

Nemmeno “lavoro” nasce come una buona parola, anzi esprime fatica, asservimento. Sia dal latino orbus, mancante, che dal russo rab, schiavo, si può intuire come un tempo il lavoro contribuisse a rendere la vita misera e insoddisfacente. Oggi le cose non sono molto migliorate, il lavoro ci consuma ancora la vita, ma il prezzo da pagare è diventato il tempo.

 

Il tempo è proprio uno dei valori su cui dovremmo orientare la nostra vita comune, e il secondo è la salute: una parola che viene dal greco e significa intero, integro. Dobbiamo quindi ricercare l'integrità, una qualità che anche chi fa impresa dovrebbe coltivare. Il rischio è quello di “spaccare” noi stessi coltivando una finta felicità.

 

Durante il secondo intervento Carlo Ventura, cardiologo e professore di Biologia Molecolare presso l'Università di Bologna, ha ripreso i temi felicità e lavoro affrontandoli dal punto di vista biologico. Secondo il professore gioia e biologia sono strettamente connesse, infatti si può dire che anche le cellule abbiano una dimensione collettiva: esprimono armonia e lasciate da sole morirebbero.

 

Le cellule producono vibrazioni che ci informano sul nostro stato di salute. Tra queste, particolare attenzione meritano le cellule staminali, cellule primitive non ancora differenziate, quindi capaci di trasformarsi e acquisire una funzione. Questa caratteristica le rende molto importanti perché possono essere utilizzate nella medicina rigenerativa, che ha lo scopo di ricostruire organi o tessuti danneggiati da malattie.

Una scoperta rilevante in questo settore è stata compiuta proprio dal gruppo di ricerca di Carlo Ventura, che ha dimostrato come alcune vibrazioni sonore, in particolare quelle musicali, possano facilitare le cellule staminali nella rigenerazione cellulare. È un grande passo avanti per la medicina, perché ci permette di sostituire il trapianto con un'operazione meno invasiva.

 

Utilizzando una cellula cardiaca umana e riprogrammandola inserendo geni opportuni, il team del professore ha così ottenuto la melodia della cellula, la sua firma vibrazionale. Facendo poi “ascoltare” questa traccia a cellule staminali adulte, queste dopo solo venti giorni si sono trasformate in un micro-cuore umano in vitro. Esiste quindi una sorta di codice vibrazionale nelle cellule, fatto da un pattern simile a quello di una partitura musicale.

 

Un altro esempio che dimostra questa scoperta è l'esperimento-spettacolo “Cell Vibrations”, organizzato da VID art|science, un movimento internazionale di artisti e scienziati. Protagonisti di questo evento il musicista Milford Graves, l'attore Alessandro Bergonzoni e le cellule staminali. È interessante notare come queste ultime oscillino in modo diverso in base all’intensità della voce dell’uomo e alla musica. Ogni manifestazione artistica può parlare quindi della nostra biologia e il suono ha la capacità di condurre le cellule staminali alla riprogrammazione.

 

A chiudere la sessione è intervenuta Ulpiana Kocollari, docente presso il Dipartimento di Economia Marco Biagi dell'Università di Modena e Reggio Emilia, mostrando i risultati della ricerca “Chiedimi se sono felice”. Lo studio, concluso nel maggio 2019, ha lo scopo di misurare la felicità all’interno delle aziende attraverso questionari compilati dai dipendenti.

 

Quando si parla di dati è importante porsi le domande giuste: come e perché misurare la felicità all'interno delle imprese? Se l'obiettivo è misurare il capitale umano, cosa incentiva questo valore? Se consideriamo solo costi e ricavi come unità di misura, il capitale umano rimane infatti un dato intangibile. Per questo motivo il primo passo della ricerca è stato quello di uscire dalla logica economica per cercare di comprendere quali strumenti possano spiegare questo valore.

 

Sul piano macroeconomico un primo tentativo viene introdotto in Bhutan negli anni Settanta, per poi essere replicato in molti altri paesi. L'idea è quella di calcolare la Felicità Interna Lorda piuttosto che il Prodotto Interno Lordo, misurandola attraverso nove indicatori: benessere psicologico, salute, uso del tempo, istruzione, multiculturalità, buon governo, vitalità sociale, tutela della biodiversità e qualità della vita.

 

Nel microeconomico, invece, studi scientifici evidenziano come le imprese che misurano il livello di felicità dei loro dipendenti abbiano come risultati positivi sia la crescita delle vendite che un incremento nella produttività, nella creatività e nei profitti. Ma non finisce qui: si riducono anche le assenze per malattia, burnout e turnover. Dai questionari emerge inoltre come il fattore determinante per raggiungere la felicità sul lavoro sia la passione, che porta alla realizzazione personale.

 

La felicità ha quindi un effetto moltiplicatore, perché porta ad assumere comportamenti che spesso generano ulteriore successo. I dipendenti felici ottengono risultati migliori, che a loro volta generano altra felicità, e sono in grado di reagire meglio alle emozioni negative quando è necessario. La felicità non deve limitarsi ai singoli dipendenti, è un concetto molto più ampio. Non bisogna quindi fondare la propria logica aziendale unicamente sul profitto, serve anche il fattore umano: l'azienda è formata da persone, e alle persone dovrebbe pensare.

 

 

 

In questo articolo abbiamo visto come sia possibile parlare delle stesse cose, in questo caso la felicità e il lavoro, connettendole attraverso un fil rouge elegantissimo. La filosofia ci offre un punto di vista umanistico, la biologia scientifico, e grazie all'economia il collegamento tra le due viene naturale in una vera espressione di yug – gioia, unione.

 

Questo convegno ha dimostrato come la cultura umanistica e quella scientifica non siano mondi separati, destinati a non confrontarsi; anzi quando questo avviene, il dialogo che ne deriva è di interesse per tutti.

 



A cura di

Laura Pergreffi ed Elisa Zanetti

dicembre 2019

 

 

 


Ti è rimasta ancora della curiosità?

Leggi l'intervista a Claudio Testi, vicepresidente dell'Associazione per la RSI.

Leggi il nostro approfondimento sull'agenda 2030 e l'intervista al team di Focus Lab.

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