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Fine di una civiltà: in crisi cultura e politica dell'Occidente - In attesa di nuovo Umanesimo

creato da Alessandra Lotti ultima modifica 03/07/2019 12:44
Daniela Mariotti affronta in maniera approfondita la situazione attuale parlando di fine di una civiltà e manifesta preoccupazione riguardo agli eventi dei nostri giorni e alle ripercussioni che possono esserci in futuro.

A volte certi avvenimenti, al di là della loro entità specifica, acquistano un valore simbolico. Qualcuno ha parlato dell’incendio della cattedrale di Notre Dame come di del  segnale sinistro di qualcosa di più grande che va in rovina: la civiltà cristiana l’Umanesimo il primato dell’arte…?

Al di là delle posizioni ideologiche, è unanimemente riconosciuto  che l’Europa non è più cristiana nelle sue fondamenta: i cristiani praticanti in Europa sono meno del 10%, in Italia il 20% circa, le chiese sono vuote e in Francia e  in Olanda molte  sono state riconvertite in pub, ristoranti o centri commerciali. Lo stesso papa Francesco ha proposto per le chiese abbandonate in Italia di farne “ricovero” per immigrati e senzatetto. Cancellato il riferimento alle “radici cristiane” dell’Europa nella proposta di Costituzione europea del 2004, del resto mai ratificata. E già parliamo di una Europa post-cristiana.

La matrice liberale-liberista, che ha determinato il potere dominante del mercato, ha prevalso sul sistema dei valori cattolici più profondi e parimenti su quelli di tradizione socialdemocratica e insieme a questi  sembrano consumati anche i valori umanistici, i cardini della civiltà occidentale, proprio perché trasversali ad entrambe le culture.

 

La bellezza della Natura ridens è diventata una risorsa per l’industria del turismo, quando non viene calpestata per far posto agli “interessi economici”, fino al rischio di distruzione totale del Bene–Natura, come ben sappiamo; la cultura, uno dei fondamenti dell’Occidente, da Platone fino a Cartesio, e poi nella seconda metà dell’Ottocento fino all’affermazione del pensiero positivista, oggi sembra giunta al fondo della sua parabola discendente, sempre più subalterna al sapere scientifico.

L’industrializzazione, l’ascesa della borghesia e la cultura di massa, che hanno segnato il più grande e il più veloce cambiamento della Storia del genere umano, hanno determinato infatti anche la graduale erosione del valore “assoluto” della conoscenza e dell’Arte stessa, che non siano finalizzate al “progresso tecnologico” ovvero all’affermazione  del principio dell’”utile” rispetto a quello del “bello”, come ha dimostrato benissimo Nuccio Ordine, L’utilità dell’inutile, 2016. Tale processo, una vera rivoluzione storica, che ha attraversato in misura crescente il secolo da poco trascorso, mentre ha visto l’esplodere della società dei consumi, ha incrinato pesantemente un patrimonio di esperienze opere modelli millenari contrassegnati dall’impronta apollinea, cioè dalla luce della “misura” o della ragione  insieme a quella della “armonia”, cioè della bellezza.

 

C’è un filo che lega la storia del pensiero e della cultura a partire da quel momento, come è noto, cioè dalla  destrutturazione delle certezze filosofiche ed umanistiche di tradizione classica di fine 800 fino ad oggi. Il pensiero filosofico di Friedrich Nietzsche in quegli stessi anni, con la “demistificazione delle illusioni della tradizione” (Nicola Abbagnano)  segna una tappa di non ritorno in questo senso. E tutto il ‘900 fino al dopoguerra ha scavato  un solco da cui non siamo più usciti. Eugenio Montale in occasione dell’alluvione di Firenze del 1966 denunciava, attraverso la  poesia  L’alluvione ha sommerso il pack dei mobili, lo stravolgimento di una società e di una cultura a lui sempre più estranee:  una realtà incredibile e mai creduta.

 

Di conseguenza  anche l’educazione,  intesa fin dall’antichità  come formazione dello uomo e del cittadino intimamente connessa con lo Stato e la morale pubblica,  la cui centralità  è ripetutamente sbandierata a parole come antidoto a tutti i problemi sociali - bullismo violenza legalità… - ha subito un profondissima svalutazione.

In particolare nel corso degli ultimi trent’anni si è compiuto con una inquietante accelerazione lo sgretolamento del patto educativo fra i “maestri” e il corpo sociale;  intellettuali o comunque  laureati, che non siano organici all’industria culturale televisiva o editoriale, hanno perduto la considerazione ed il prestigio pubblico, che hanno “sempre” avuto; e non parliamo degli insegnanti, che rischiano l’incolumità personale per fare il loro mestiere!  Per la prima volta nella Storia assistiamo increduli al paradossale dispregio delle  “competenze”,  fino allo svilimento di élite e “professoroni”,  di cui peraltro non si sa come si possa fare a meno!

Giornalisti, scrittori e pedagogisti ce lo ripetono da anni, ma non sembra proprio che questo allarme desti la dovuta preoccupazione. Fra questi Antonio Scurati (“La Stampa”, 15/02/2018) ha scritto molto lucidamente che “Il secondo dopoguerra europeo si è progressivamente sbarazzato di tutte le tradizionali istituzioni pedagogiche: esercito, scuola, famiglia, istituzioni pubbliche, grandi partiti politici di massa. Si è sbarazzato, in altre parole, della modernità, l’epoca che aveva creduto che non soltanto il soldato, lo scolaro e il figlio andassero educati ma anche il cittadino e il militante…”

 

L’incidente navale accaduto a Venezia il 2 Giugno scorso,  la collusione fra una  nave da crociera e un battello turistico,  che solo per una incredibile buona sorte non ha provocato un disastro, secondo lo stesso Scurati (“La Stampa”, 3 Giugno), ha messo in evidenza ancora una volta la morte lenta  ma inesorabile di Venezia, di questa meraviglia del mondo, della cui salvaguardia nessuno si è fatto carico: né politici, amministratori, imprenditori, intellettuali,  burocrati… né cittadini, neppure il sindaco Luigi Brugnaro.  Nessuna giustificazione può essere accettata – proclama Scurati –  tutti sono responsabili. Tutti sanno da almeno trent’anni che il transito delle grosse navi nel bacino del porto di Venezia provoca danni e rischi gravissimi alla laguna ed è incompatibile con una situazione ambientale fragilissima (l’inquinamento atmosferico, il movimento ondoso provocato dai motori delle navi troppo potenti), ma nonostante gli appelli, le denunce pubbliche, le promesse…  il business del turismo annuale di questa città,  600 milioni di euro,   prevale su ogni moto di sana ragionevolezza.

”Siete ciechi alla storia, al passato, al presente e, soprattutto, al futuro. Siete ciechi alla civiltà e alla bellezza.” Grida lo scrittore napoletano, una mente lucida, un testimone  del nostro presente.

 

E’ molto triste prevedere la morte di una città straordinariamente bella e ricca di storia di cultura di arte e di umanità, unica nel suo “incanto”, ed ancora più triste è prospettare ai giovani  la fine di una civiltà, come il titolo dell’articolo suddetto evoca: La civiltà affonda in laguna. E come evoca forse l’incendio di Notre Dame sulla linea di un dibattito che è cominciato quasi un secolo fa con il saggio corposissimo di Oswald Spengler, Il tramonto dell’Occidente, 1923, e che oggi sembra ritrovare qualche spazio, attraverso il pensiero autorevole di giornalisti e filosofi.

Secondo Oswald Spengler le civiltà, analogamente agli organismi umani, nascono, crescono, raggiungono il loro apogeo e poi muoiono. E’ finita la civiltà egizia, quella babilonese, la ellenico- romana, la civiltà indiana, araba, centro-americana… e finirà inevitabilmente anche questa, di cui siamo protagonisti, probabilmente nella sua fase di decadenza.  A questo riguardo Vittorino Andreoli ha pubblicato da pochi mesi un libro, Homo stupidus stupidus, con il quale lo psicanalista  dimostra l’insensatezza della civiltà in cui stiamo vivendo, che ha perduto il senso del limite della ragione, anche con riferimento all’uso del linguaggio “pubblico”.  E Renato Farina, Massimo Cacciari, Umberto Galimberti hanno  ripetutamente parlato di “tramonti epocali” sia pure con declinazioni diverse.

 

È triste… ma non si può negare la speranza del futuro ai giovani: nessuna civiltà ha visto la fine della vita umana, che anzi ha conosciuto un continuo sviluppo del pensiero, della  conoscenza  e delle tecniche, che hanno migliorato  la qualità  della nostra vita.

Tutto finisce perché tutto possa ricominciare.  Le civiltà muoiono perché altre possano venire alla luce. Dopo questa civiltà è lecito pensare che ce ne sarà un’altra, se gli umani non saranno tanto sciagurati da volersi autodistruggere.  Così dalla preistoria fino alla nostra civiltà postindustriale.

E allora?

Di fronte alla crisi  della politica delle democrazie occidentali, ai nascenti ed inquietanti populismi,  in particolare ai molti “lati grigi” della globalizzazione, fra cui  il problema Ambiente sempre più urgente, possiamo pensare ad altre forme di organizzazione politica economica e sociale? Probabilmente no. Per adesso le “innovazioni” più significative ci arrivano dalla tecnologia e riguardano tanti aspetti della vita individuale e collettiva: l’economia sostenibile, l’intelligenza artificiale... le comunicazioni, ovviamente! Scenari molto interessanti ma niente che preveda un “cambio di marcia” in senso radicale.  Nessuna risposta del resto  sembrerebbe credibile al di là di una politica attenta alle diseguaglianze, di una economia meno predatoria, di una società più accogliente, più inclusiva degli “ultimi”… probabilmente di un'altra pedagogia per l’educazione pubblica.

Questioni  aperte, molto aperte per il momento.  Per questo potrebbe essere importante cominciare a porre il problema,  a tenere aperto il dialogo, soprattutto con i giovani, i protagonisti del domani.

Qualcuno ha parlato della necessità di un “nuovo Umanesimo”: Michele Ciliberto, per esempio, - Il nuovo Umanesimo, 2017 - “perché l’Umanesimo ridiventa attuale ogni volta che si riapre l’ interrogazione sulla condizione dell’uomo e del suo destino”.

Sembra pretenzioso, sembra azzardato, forse prematuro. Ma… in mezzo al clamore assordante dei continui conflitti verbali della politica gridata sui media,  nel chiacchiericcio vuoto a volte violento che rimbalza dai social, fra slogan, insulti, luoghi comuni che sono il “rumore di fondo” delle nostre giornate… accogliere la lezione dell’Umanesimo, che è la stessa della tradizione socratica più antica, nel senso profondo di ciò che questo può ancora significare, è una scelta di “civiltà” qualunque siano le coordinate che la determineranno.

Prendere “parola”, restituire alla parola le potenzialità e lo spessore che appare perduto, cercare  frammenti di verità per orientarci con maggior consapevolezza nella realtà difficile che ci circonda, coltivare il pensiero critico e la capacità di discernimento, in rapporto all’attuale e diverso contesto storico naturalmente, può essere ancora una volta  la strada da cui partire?

 

Se vuoi leggere l'articolo precedente di Daniela Mariotti "Pianeta Terra: non c'è più tempo - la grande sfida di Greta Thunberg -" clicca qui.

 

 

A cura di Daniela Mariotti,

luglio 2019.

 

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