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“L'azzardo del Giocoliere” a Modena: intervista al prof. Federico Benuzzi

creato da Alessandra Lotti ultima modifica 05/12/2019 11:25
In occasione della conferenza-spettacolo svoltasi alla Tenda di Modena, martedì 19 novembre, la redazione di Stradanove ha intervistato il prof. Federico Benuzzi, ideatore di questa performance teatrale sull'arte della giocoleria e la matematica del gioco d'azzardo.
Nell'articolo precedente ci siamo lasciati con la promessa di approfondire la conoscenza del prof. Federico Benuzzi, ideatore di “L'Azzardo del Giocoliere”, una conferenza-spettacolo che coniuga l'arte della giocoleria e la matematica del gioco d'azzardo.

 

Insegnante di matematica e fisica, giocoliere, teatrante, sportivo e amante della competizione... se ti interessa saperne di più su questa personalità poliedrica, non ti resta che leggere l'intervista di Stradanove!

 

 

Lei è un professore con tante passioni, perché ha deciso di studiare fisica e di diventare sia professore che giocoliere?

Sono due risposte diverse. Ho scelto di studiare fisica innanzitutto perché ero un bambino molto curioso, chiedevo continuamente “perché?”. Mio padre invece di rispondere “perché sì” mi raccontava delle favole, delle storie, mi disegnava dei mondi fantastici... e un fisico in fin dei conti è un bambino un po' cresciuto che si chiede perché e cerca delle risposte strutturate. Possiamo dire quindi che sia stata la curiosità a spingermi in questa direzione. Per quanto riguarda la giocoleria... Invece di giocare a calcio come gli altri ragazzi, ho sempre fatto cose strane! Un giorno mio fratello, di dieci anni più piccolo, mi ha sfidato: lui era bravo a usare il diablo (articolo da giocoleria, ndr), e io ho iniziato ad allenarmi per senso di rivalsa nei suoi confronti. Poi da cosa nasce cosa, mi sono appassionato e ho continuato ad allenarmi.

 

Cosa l'ha spinta a decidere di dedicarsi all'attività teatrale in età più adulta?

Per anni ho fatto il giocoliere di strada, mentre già insegnavo fisica, e mi sono ritrovato a unire queste cose durante una conferenza-spettacolo chiamata “Fisica Sognante”. Nel frattempo ho avuto anche l'occasione di fare un provino per il Cirque du Soleil, e mi sono trovato a dover scegliere se partire o non partire. Alla fine ho scelto di restare, perché ho capito che mi piace di più il rapporto col pubblico che si crea nei miei spettacoli rispetto al lavoro circense. È stata anche la mia compagna dell'epoca a spingermi verso una formazione teatrale, dicendomi: “Federico, tu stai scegliendo di rinunciare a una cosa per portarne avanti un'altra: se questa è la tua strada, non puoi non fare teatro”.

 

C'è stato un episodio che le ha fatto nascere la passione per quello che fa?

Credo sia stato un incastrarsi di cose. Mi è stato chiesto di fare uno spettacolo e ci ho provato, e nel frattempo ho iniziato a insegnare. Gli spettacoli hanno avuto successo e mi è stato chiesto di unire insieme fisica e giocoleria, di nuovo mi sono buttato e ha funzionato... Insomma, da cosa nasce cosa. In particolare però voglio raccontare un episodio che mi ha aiutato a cambiare direzione, ovvero l'incontro con Piergiorgio Odifreddi (matematico e divulgatore, ndr). In quel periodo stavo già portando avanti i miei spettacoli di divulgazione scientifica, a uno dei quali ha assistito anche lui. Ricordo che mi disse: “Benuzzi, secondo me lei dovrebbe fare questa cosa per vivere”. Mi ha dato la spinta che mi serviva per trasformare la mia attività teatrale in un mestiere vero e proprio. A quel punto ho deciso di investirci veramente: ho richiesto il part-time a scuola e ho cominciato a usare il tempo che rimaneva per portare in giro questi lavori.

 

Ha preso spunto da altri divulgatori? Ce ne consiglia qualcuno?

Non ho una figura di riferimento nello specifico, ho attinto da una marea di materiale: da spettacoli teatrali, anche non divulgativi, ai lavori di Marco Paolini (drammaturgo e regista, ndr). Ho letto tantissimo, soprattutto in estate mi capita di comprare libri di divulgatori, spesso scientifici, non tanto per leggerne il contenuto ma per capire il “come”. Provo a studiare la metafore che usano, cos'è che funziona nel loro metodo comunicativo... Ecco, ad esempio Brian Green è un fisico che fa una bellissima divulgazione scientifica.

 

In base alla sua esperienza, qual è l'approccio dei giovani nei confronti del gioco d'azzardo? Si è evoluto nel tempo?

Ho la fortuna di insegnare in un liceo, in cui gioco d'azzardo c'è ma non è così presente. Credo che in scuole di ordine diversi, come tecnici e professionali, sia un fenomeno più pervasivo. La mia esperienza non si basa solo sul feedback diretto dei miei studenti, ma sulle domande e le risposte che ricevo alle conferenze, sulle chiacchiere con i ragazzi, anche via mail. L'impressione è che vada sempre peggio, anche a causa di internet che rende il problema più pervasivo.

 

Il suo spettacolo è rivolto a studenti sia di scuole medie che superiori. Ha notato differenze di approccio verso il gioco d'azzardo legate a queste diverse fasce d'età?

Sì, ci sono delle differenze. I ragazzi delle medie si approcciano al gioco d'azzardo in modo borderline: magari qualcuno gioca già, ma principalmente si limitano all'online. I ragazzi delle superiori invece giocano proprio d'azzardo, dalle scommesse sportive al poker. Gli uomini della mia età si orientano più su slot e macchinette.

 

Durante il suo spettacolo cita film e fumetti, come Deadpool e Death Note. É il rapporto con i ragazzi che le ha suscitato l'interesse per la cultura pop?

Con i colleghi mi giustifico dicendo che mi interesso a certe cose per capire i ragazzi, invece lo faccio perché mi piace! Poi in realtà è un cane che si morde la coda, mi rendo conto che in classe parlare di film e fumetti diventa un modo per entrare in risonanza con loro.


Come ha imparato a diventare giocoliere e che sensazione le provoca?

Ho imparato come autodidatta. Ho fatto alcuni workshop, sono stato in Russia, a Berlino e in altri posti. Poi sono tornato a casa con in testa una marea di cose nuove, e ho cercato di lavorarci. È ovvio che oggi con la rete la modalità di approccio sarebbe diversa. La cosa positiva è che oggi si impara più velocemente, però è più facile essere omologati: una volta era più semplice costruirti un tuo stile, non avendo continuamente un esempio sotto mano. Per quanto riguarda le sensazioni che provoca la giocoleria: sono emozioni bellissime. Quando porti a casa un esercizio per la prima volta, anche se hai quarant'anni, ti verrebbe da correre dalla mamma a raccontarle il tuo successo! E' una grandissima soddisfazione anche quando l'esercizio riesce sul palco, e il pubblico risponde con un applauso o una risata: il lavoro che c'è dietro è tanto, e se i ragazzi ti fanno capire di averli emozionati il ritorno è molto appagante.


Le è mai capitato di perdere l'entusiasmo per quello che fa? Se sì, come ha affrontato questi momenti?

No, sono fortunato: ad oggi, dopo ventitré anni, non mi è mai capitato di perdere entusiasmo per quello che faccio. Certo, con i ritmi serrati del mio lavoro capita che ti alzi la mattina e sei distrutto. Però poi magari capita che dopo uno spettacolo i ragazzi si alzino e vengano a farti un complimento, ed è una cosa che mi aiuta a restare motivato. So che, nonostante la fatica, quando tornerò a casa sarò contento. Sono un bimbo entusiasta.

 

Una delle critiche rivolte alla scuola è l'approccio nozionistico e non orientato agli studenti. Pensa che il suo metodo possa essere efficace per cambiare questa situazione? Ci sono altri metodi che possono funzionare?

È una domanda complessa, innanzitutto perché non so il mio metodo quale sia. Temo che entrando in aula potreste restare delusi, perché fare lezione in classe e stare su un palco sono due cose molto diverse come dinamiche, obiettivi e strategie. Per mantenere l'attenzione in aula uso moltissime tecniche teatrali, che è una cosa molto ruffiana. A volte mi chiedo quanto sia giusto, perché in questo modo si rischia di agevolare troppo gli studenti, che non sentendo la sfida percepiscono come tutto semplice e non si sentono in dovere di studiare. Il sapere a volte è anche fatica, infatti per arrivare a dei risultati si deve un po' sudare, spero quindi di aver trovato un giusto equilibrio. Uso molto le lezioni frontali, a me piace molto raccontare e lo faccio anche nei miei spettacoli. Credo sia una ricchezza il fatto che non ci sia “il metodo”, ma esistono tanti metodi di insegnamento diversi ed è bello che gli studenti li vivano tutti. Infatti è un vantaggio per i ragazzi avere dieci professori che insegnano in dieci modi differenti, perché così si abituano a interagire in maniera diversa. Penso che questo sia molto importante. Un bravo insegnante, e io non so se lo sono, deve essere in grado di adattare il suo approccio alla classe, ma allo stesso tempo deve avere un'idea della materia e portare gli studenti in quella direzione. È molto difficile trovare un equilibrio tra il giusto modo per loro e la mia visione.

 

Il senso dell'umorismo che ha portato nello spettacolo fa parte anche del suo metodo didattico?

Sì, è un modo per rendere più interessante la lezione e renderla meno pesante. A scuola le giornate di sei ore sono tante, sono lunghe anche per me, quindi capisco la loro stanchezza. Soprattutto le ultime ore, anche io sono esausto e mi capita di straparlare: tanto che se venissi registrato in quel momento sarebbe un problema!

 

Per preparare lo spettacolo ha studiato anche tecniche di psicologia? Ha qualche aneddoto divertente da raccontare a proposito?

Nì! Nel senso che per preparare lo spettacolo non ho fatto studi specifici, ad eccezione della scuola di teatro che ho frequentato a percorso già avviato. Quando costruisco un lavoro, ma anche mentre parlo con voi, metto in gioco tutto ciò che ho imparato prima. Ho fatto studi psicologici durante la specializzazione per diventare insegnante e ho letto un po' di libri sul tema. Quando ho studiato il gioco d'azzardo mi sono documentato con manuali di psicologia del giocatore e della cura, quindi non ho fatto studi ad hoc per lo spettacolo ma sono stato influenzato da studi precedenti. Penso che tutto ciò che viviamo ci costruisca, e noi portiamo in scena o nella vostra proprio questo. Ad esempio l'aneddoto di Pavlov e il suo cane, che cito nello spettacolo, l'ho incontrato nel mio percorso di studi e il collegamento mi è venuto facile. Vale lo stesso per le modalità comunicative che utilizzo nel rivolgermi ai ragazzi durante la conferenza. Non so se è vero che funziono come insegnante, come divulgatore penso di avere abbastanza appeal sui ragazzi. La divisione gentiliana prima e seconda cultura secondo me infatti è aberrante, bisogna cercare di sorpassarla e andare oltre. Un insegnante dovrebbe avere una conoscenza multidisciplinare, cosa che è difficile da realizzare quando ci si specializza. Chi si occupa di insegnamento e divulgazione dovrebbe oscillare tra le due culture e avere il piede in due staffe:  non solo sulla matematica ma anche sulla pedagogia, non solo sull'italiano ma anche sulla statistica.


Al momento la sua attività teatrale si concentra solo su questo spettacolo o ne sta portando avanti altri?

Ne ho pronti altri quattro di questo tipo: due sulla fisica, completamente diversi e per target differenti, uno sul gioco d’azzardo, uno sulla relatività. Ne ho un altro pronto sulla relatività generale: l’altra parte di fisica attira un po’ meno, non perché non funzioni ma perché è una tematica davvero di nicchia e trovare l’argomento che sfondi è difficile. Questo per quanto riguarda la divulgazione, poi ho alcuni spettacoli di teatro tradizionale, sul bello che c’è negli uomini (perché c’è qualcosa di bello), sulle maschere…

 

Hai interessi oltre a questi?

Le donne contano? Scherzo, sono stanco. In realtà credo di essere pieno di interessi. Ad esempio ultimamente mio fratello, con il quale ho cominciato a giocare a diablo, ha comprato una stecca da biliardo per il gioco dei cinque birilli. L’ho comprata anch'io e ci siamo iscritti al campionato regionale. Mi piace molto giocare con lui, mi piacciono la sfida, andare al campionato, fare le gare alla sera... Il problema è che non mi alleno mai perché non ho tempo! Sto vivendo una vita dai ritmi molto faticosi, soprattutto durante il periodo scolastico, visto che per fortuna le conferenze sono tante. Se voglio anche vedere gli amici un paio di volte a settimana devo tenermi un po’ di tempo libero, e alla fine non riesco a coltivare altro. Perciò ho preso l’abitudine di staccare completamente dal lavoro a luglio e ad agosto, e uso questi mesi per dedicarmi alle mie passioni: vado a pattinare, corro, mi alleno, leggo e vado a teatro.

 

 

 

La Redazione di Stradanove ringrazia il prof. Federico Benuzzi per la sua disponibilità e gli augura lo stesso successo negli spettacoli futuri.

 

 

 

 

A cura di

Elisa Zanetti e Laura Pergreffi

dicembre 2019

 

 

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