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IL "PUNTO ZERO"

creato da Eva Ferri — ultima modifica 16/07/2014 08:38
Varchi tra palazzi pieni di pensieri

Da sempre lo chiamano “Le Quadre”: si tratta del quartiere peep a lato della tangenziale, tra via Araldi e via Emilia Est. Passeggiando in zona si vedono solo condomini in pietra a vista, tutti uguali, e file di garage. In strada c’è calma piatta: si può incontrare giusto qualche nonna a spasso con il nipotino o qualcuno che parcheggia l’auto, scarica la spesa ed entra in casa.

 

Eppure, osservando più attentamente, si vedono tra un palazzo e l’altro varchi da cui si accede a dei parchetti interni attorniati delle case, su cui danno balconi e finestre da cui provengono suoni domestici. Al centro c’è sempre un gazebo, che nella maggior parte delle “quadre” è occupato da anziani che chiacchierano e giocano a carte. Ma non è sempre così: uno di essi è infatti il ritrovo storico di un gruppo di ragazzi che in questo quartiere, costruito negli ’90, ci sono cresciuti. All’inizio il dialogo con loro è un po’ sconnesso: hanno voglia di fare l’intervista, ma gli viene lo stesso spontaneo fare battute tra loro, scoppiando a ridere fragorosamente, per poi sgridarsi a vicenda nel tentativo di riportare l’ordine. Ci raccontano che sono una decina i componenti del nucleo più stabile – tutti tra i 16 e i 20 anni – ma quando c’è da fare baldoria diventano molti di più, arrivano gli amici degli amici e si spostano tutti in un grande parcheggio più isolato, poco lontano da lì, “perché altrimenti – dicono – i residenti si lamentano del chiasso”. Sono quasi tutti maschi: al momento dell’intervista è presente solo una ragazza, che conferma che non sono più di tre o quattro in tutto le femmine all’interno della compagnia e non di rado ne fanno parte in quanto fidanzate di qualcuno. La domanda che, all’improvviso, cattura l’attenzione di tutti è: “Cosa fate nella vita? Studiate? Lavorate?”. Alcuni studiano, qualcuno lavora, ma molti di loro sono in cerca di un impiego da un sacco di tempo e ormai fanno fatica a credere che dalla trappola della disoccupazione se ne possa uscire. Li informiamo che ci sono dei progetti – come ad esempio Garanzia Giovani – che sono fatti apposta per i ragazzi che hanno difficoltà a immettersi nel mondo del lavoro. “Li conosciamo questi progetti – risponde un ragazzo – prevedono dei tirocini non pagati, o pagati pochissimo, che difficilmente portano a un’effettiva possibilità di assunzione. Quasi tutti noi abbiamo fatto corsi di formazione e stage – continua – ma non è servito e noi siamo stanchi di essere sfruttati”. Secondo questo ragazzo la crisi occupazionale è aggravata dal fatto che si gioca continuamente al ribasso: i datori di lavoro offrono condizioni contrattuali sempre più svantaggiose e, visto che c’è sempre qualcuno che queste condizioni le accetta, il lavoro delle persone non ha più nessun valore. “Di questo passo tra non molto per lavorare bisognerà pagare – ironizza – e se siamo a questo punto è in gran parte colpa degli stranieri, che vengono qui per lavorare e sono disposti ad accettare qualunque cosa, pur di mandare due soldi a casa”. Questa affermazione fa esplodere nel gruppo una discussione piuttosto accesa: “Come puoi dire così? Anche tu sei straniero!”, gli fa notare esterrefatto un amico italiano. Lui si giustifica spiegando che è nato qui, sua madre è arrivata in Italia trent’anni fa: non voleva accusare gli immigrati in quanto tali, ci mancherebbe, osserva solo che, oggi, coloro che arrivano si propongono sul mercato come manodopera a bassissimo costo e questo mette in difficoltà chi vive qui stabilmente, a prescindere dall’origine, e desidera costruire una vita decorosa. Un ragazzo e una ragazza – modenese lei, di origine ghanese lui – invitano però gli amici a non banalizzare la questione: “le dinamiche della crisi sono molto più complesse di così – sottolineano – il nostro professore di economia tiene per noi delle lezioni sull’attualità e, grazie a questo, ci siamo resi conto che la crisi è generata soprattutto da dinamiche internazionali, che riguardano tutta l’Europa, non solo l’Italia; ne è un esempio – aggiungono – il fatto che ogni euro coniato costa all’Italia più del suo valore sul mercato interno. Lo sapevate?”. Gli altri ascoltano assorti e c’è silenzio. “In gruppo di solito non si discute così a fondo delle cose – osservano – siamo più abituati a scherzare, raccontare quello che ci capita, organizzare cose da fare nel tempo libero”. Come spesso accade negli interventi di InfoBus, l’intervista è per i ragazzi un’occasione per confrontarsi, come gruppo, con qualcuno che dall’esterno chiede loro di raccontarsi, senza tuttavia giudicarli. Non di rado il dialogo nasce in un clima un po’ confuso, fatto di dinamiche per loro abituali; poi, attraverso l’intervista, l’atmosfera di fa un po’ per volta sempre più attenta, perché forse quello che emerge è per loro nuovo e non scontato: nel dialogo con un operatore che, a fronte di un’affermazione accennata, semplicemente chiede “cosa intendi?”, si trovano a esprimere il proprio punto di vista, che viene messo al centro della discussione con gli amici.

 

 

Un ragazzo, italiano a tutti gli effetti, nato da una famiglia di origine marocchina, racconta che per lui Modena è casa sua, il “punto zero”. Certo, è una città tranquilla e non offre ai giovani le stesse opportunità di divertimento di una metropoli come Milano o della Riviera Romagnola; “se voglio posso spostarmi – spiega – ma poi si torna sempre qui, a casa” e indica un balcone all’interno della “quadra”, al secondo piano. Non è l’unico del gruppo ad avere alle spalle, o nella storia della propria famiglia, un’esperienza di migrazione: ci sono diversi ragazzi originari del Sud Italia, un ragazzo con origini filippine e un altro la cui famiglia viene dal Ghana. Un altro ragazzo – molto alto, con la carnagione pallida e i capelli biondi – mi guarda dritto negli occhi e mi chiede di indovinare la sua origine: “Russia”, sparo. “No, Montenegro – mi corregge sorridendo – sono arrivato qui a tre anni, come rifugiato. Adesso però ho la cittadinanza italiana”.

 

Tutti loro sono concordi con la teoria del “punto zero”: Modena per loro è casa. Se non fosse per il fatto che non ci sono soldi e che è così difficile oggi trovare un lavoro, non gli passerebbe nemmeno per la testa di andarsene. Tutt’al più potrebbero pensare di tornare a vivere nel paese di origine quando saranno in pensione, ma si tratta di una prospettiva remota e indefinita, come lo è l’idea che a tratti salta in testa ad alcuni di tornare per aprire un esercizio che commerci prodotti tipicamente occidentali, come una gelateria o un fast food.

 

 

La testimonianza del gruppo è stata raccolta dagli operatori Infobus Eva Ferri ed Elena Ferraguti nell'ambito del progetto mosaico.

Testo a cura di Eva Ferri.