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MÀT, LA SETTIMANA DELLA SALUTE MENTALE A MODENA

creato da Emily Ruth Navarro Guerrero ultima modifica 25/11/2013 17:09
Per restituire dignità e diritti alla differenza culturale gli operatori culturali, sanitari e sociali dell'AUSL di Modena hanno realizzato l'evento Migrazione e Salute Mentale.

Stradanove ha intervistato lo psichiatra Enrico Tedeschini, che fa parte dei professionisti dell'AUSL di Modena e che opera professionalmente nel Centro Salute Mentale di Pavullo. Il dottor Tedeschini ha partecipato alla tavola rotonda dove, portando come esempio il racconto di vita di un ragazzo del Marocco a cui è stato diagnosticato un disturbo bipolare, ha introdotto il tema della difficoltà che hanno gli immigrati nell'affrontare una malattia mentale in un paese diverso da quello d'origine.

 

In termini di salute mentale, quali sono i problemi che riguardano gli immigranti?

Quelli che sono stati affrontati oggi, cioè problemi di vario tipo, per primo il fatto che sono problemi dal punto di vista prettamente sociale. Quindi, quelli che vanno dal piú semplicistico problema del permesso di soggiorno, al lavoro, la casa, e poi anche quelli dal punto di vista culturale: cioè il trovare un contesto culturale che li possa accettare e che possa far sì che le loro differenze possano diventare un fattore positivo. E che si sentano loro stessi accettati.

 

Che azioni si intraprendono dal momento in cui un immigrante riconosce la sua malattia?

Ora noi stiamo usando la parola “immigrante”, però dal punto da vista pratico quello che noi facciamo è esattamente lo stesso che viene fatto con qualunque utente di qualunque nazionalità, anche italiano. Quelllo che forse manca adesso, quello che viene fuori anche dall'incontro di oggi è il fatto che forse facciamo poco uso del mediatore culturale. Non semplicemente in termini di traduzione, ma come conoscenza maggiore della cultura.

 

Considera che ci sono dei pregiudizi sugli immigranti e se è così in che forma danneggiano la loro salute mentale?

Secondo me più che pregiudizi c'è la mancanza di cultura, cioè il fatto che non conosciamo molto la loro cultura. In questo caso, per esempio, è la cultura del paese da cui uno viene, la cultura di appartenenza, quindi certe volte tendiamo a interpretare come sintomi qualcosa che è semplicemente una differenza culturale. In questo senso sì, possiamo avere dei pre-giudizi, cioè un giudizio dato sulla base di un'appartenenza culturale – che, come poi emerge anche oggi, la parola cultura di per sè non esiste, esiste tutto quello che è il soggetto che deriva da tutte le sue esperienze precedenti.

 

C'è differenza nel modo in cui gli immigrati affrontano le malattie in confronto agli italiani?

No, non c'è differenza. L'unica differenza è il fatto che hanno più paura perchè capiscono meno la lingua, quindi sono meno capaci di capire, nel senso pratico del termine. Però l'italiano ha paura ugualmente, non accetta la patologia psichiatrica come non l'accetta la persona che viene dal Marocco.

 

Per finire, come società, cosa possiamo fare?

Questa è una domanda interessante. Come società, la cosa che possiamo fare di più, forse, è conoscerci: fare in modo che io conosca l'altro e che l'altro conosca me. Quello che dicevamo alla fine circa il dialogo: il fatto di avere un dialogo attivo, in cui non sono solo io che parlo a lui, ma è anche lui che parla a me.