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DANIELE CANTINI SU IDENTITÀ, IMMIGRAZIONE E SALUTE MENTALE

creato da Emily Ruth Navarro Guerrero ultima modifica 25/11/2013 23:05
Una breve conversazione con l'antropologo Daniele Cantini durante la tavola rotonda svolta venerdì 25 ottobre nell'ambito della “Settimana della Salute Mentale”.

Daniele Cantini contesta il luogo comune secondo cui gli immigrati verrebbero in Italia per usufruire dell'assistenza medica e sostiene che ancora esistano pregiudizi sul loro conto.

 

Secondo Lei, abbiamo superato il pregiudizio che gli immigranti portino malattie o che vengano qui per usufrire dei benefici sanitari?

No, questo pregiudizio è sempre ben radicato e in un certo senso è quasi necessario, perché la costruzione della differenza è fatta in modo tale da creare delle distinzioni di valori tra chi è “noi” e chi è “l'altro”. In questo modo l'altro deve sempre essere più svalutato, altrimenti non c'è il “noi”. Quindi questo razzismo, questo pregiudizio, per certi versi fa parte del modo di funzionare del cervello. La soluzione, come ho cercato di dire oggi, è che bisogna esserne consapevoli: non è vero che gli immigrati portano malattie, non è vero che vengono qui solo per andare al policlinico... ma non si può pretendere che ci sia un'equiparazione totale tra tutti gli individui umani, perchè il cervello non funziona così.

 

La malattia mentale degli immigranti incrementa l'isolamento e l'incompresione sociale?

Certo. Già lo straniero viene visto come una persona strana; se oltre ad essere straniero ci mette anche il fatto di avere comportamenti che non sono immediatamente riconducibili a qualcosa di rassicurante, questa sensazione di straniamento aumenta.

 

Come si arriva alla cura di un paziente immigrante malato?

Abbiamo provato a dire in questo seminario che una delle possibilità è quella di arrivare ad una narrazione condivisa della propria vita e delle proprie sofferenze. Io ho provato a mettere il concetto di soggettività: quindi, l'immigrato che frequenti i servizi sanitari deve raccontarsi e l'operatore sanitario, deve ascoltare cercando di dare senso alle riflessioni che fa l'immigrato nei termini che usa l'immigrato.

 

Perché a una persona che è malata costa riconoscere la sua situazione?

Penso che questo possa comprenderlo chiunque. A me darebbe fastidio se un medico mi dicesse che sono uno psicolabile... penserei: semmai lo è lei! Quindi la prima reazione è quella del rifiuto. Poi, l'accettazione di uno stato di differenza. Perchè poi, il malato mentale non è stupido, sa che ci sono delle differenze e che l'essere “matto” significa tutta una serie di stigmi sociali. Quindi, fa bene a reagire male all'inizio, perchè non è una bella cosa!

 

Qual è la sua riflessione finale sul tema immigrazione e salute mentale?

Che come tutte le cose che riguardano l'immigrazione, anche il rapporto con la salute mentale è un'enorme opportunità, non solo per migliorare la vita dei migranti ma per migliorare il modo in cui la nostra società vede e pensa se stessa.