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"Una Ragazza riservata", di Kate Atkinson

creato da Alessandra Lotti ultima modifica 04/04/2019 09:10
"Un affascinante romanzo che è nello stesso tempo romanzo di formazione e spy-story, in un alternarsi di tempi che rendono più drammatica la vicenda e più forte la tensione". (M. Piccone)

1980. Londra. Una donna muore investita da un’auto mentre attraversa una strada. Prima di morire pensa che forse era distratta, forse ha guardato nella direzione sbagliata per controllare se arrivasse qualche auto - ha vissuto trent’anni all’estero ed è tornata da poco. Qualcuno la chiama per nome per accertarsi se sia cosciente, “Miss Armstrong…”

 

1950. La guerra è finita da cinque anni. Finita del tutto? Quali strascichi ha lasciato? Juliet Armstrong lavora alla BBC, si occupa di programmi di intrattenimento - è importante risollevare il morale degli inglesi afflitti dalle restrizioni economiche e dalle rovine di una capitale che non è ancora stata ricostruita. Le viene recapitato un messaggio anonimo. E’ una oscura minaccia, “pagherai per quello che hai fatto”.

 

1940. La diciottenne Juliet (è stanca di sentirsi chiedere dove sia Romeo, è questa una premessa al suo cambiare nome?) viene assunta dai servizi segreti per sbobinare registrazioni. Passa tutto il giorno a battere sui tasti della macchina da scrivere, cercando di capire le voci registrate sui nastri, inventando, ogni tanto, quello che non capisce. In realtà è un compito delicato: le conversazioni che trascrive sono tra un agente infiltrato e cittadini britannici simpatizzanti del Reich. Ogni dettaglio può essere di rilievo, ora che sono iniziati i bombardamenti su Londra.

 

“Una ragazza riservata” è un affascinante romanzo che è nello stesso tempo romanzo di formazione e spy-story, in un alternarsi di tempi che rendono più drammatica la vicenda e più forte la tensione. Fa tenerezza, la Juliet sprovveduta e romantica del 1940, rimasta da poco orfana di madre e costretta, perciò, ad abbandonare gli studi e cercarsi un lavoro. Capisce e non capisce quello che si sta svolgendo nella stanza accanto a quella in cui lei lavora. Di certo non capisce appieno il pericolo della situazione quando diventa agente operativo e le si chiede di frequentare un circolo di signore filonaziste sotto il nome di Iris. Non capisce neppure che cosa si nasconda dietro il corteggiamento goffo e inconcludente del suo capo che le regala un anello ma neppure le da un bacio. E poi ci sono degli sviluppi imprevisti, quello che sembrava un gioco, una recita mascherata, si fa terribilmente serio, l’esito si macchia di sangue. Diventare grandi in tempo di guerra è una faccenda dolorosa, un avventurarsi letteralmente in terra straniera.

La Juliet del 1950 è cambiata, è più smaliziata, più diffidente, più all’erta. Perché sa molto di più ed è cosciente di pericoli nascosti. Anche di quello insito nella richiesta di un ultimo lavoro per l’MI5, anche nel riapparire sospetto di persone che non vedeva da cinque anni. E se questa seconda narrativa è meno serrata di quella del 1940, ha una sua giustificazione. Si tratta ancora di registrazioni, ma di ben altro genere - è cessata l’urgenza della guerra anche se - e Juliet non se ne rende conto affatto - un’altra guerra, ‘fredda’ questa volta, si profila all’orizzonte. E il nemico è il vecchio alleato russo.

 

Come nei migliori film (o libri) di spionaggio, ci sono figure incappottate e temibili che si appostano nell’ombra per poi ghermire la loro preda, Londra è una città grigia dove le carbonaie sono il luogo ideale per nascondere cadaveri, non è ancora l’era degli aerei e la Gran Bretagna è un’isola da cui si può fuggire solo via mare vedendo allontanarsi nella bruma le bianche scogliere di Dover. Juliet fugge. E noi, arrivati alla fine del libro, torniamo a rileggere l’inizio.

 

Lo stile della Atkinson è splendido e raffinato come al solito, ricco di allusioni letterarie, con frasi che si rincorrono lasciando una traccia come nella favola di Hansel e Gretel (pure Juliet pensa alla favola dei fratelli Grimm) e tocca a noi seguire i sassolini, percorso da un’ironia leggera, stupendamente femminile.

 

 

Ed. Nord, trad. Alessandro Storti, pagg. 360, Euro 18,00

 

 

Recensione a cura di

Marilia Piccone

Marzo 2019

 

 



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