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"Palermo connection", Petra Reski

creato da Alessandra Lotti ultima modifica 05/02/2019 13:18
Come i migliori noir, non c’è una soluzione positiva in “Palermo connection”... Dal libro, però, traspare che non è solo la Sicilia ad essere irrecuperabile. Perché noi siamo la Sicilia. (M. Piccone).

Sicilia. Due giudici impegnati contro Cosa Nostra sono stati assassinati a distanza di 57 giorni l’uno dall’altro. Se vi vengono in mente dei nomi, non diteli a voce alta, ma quasi certamente sono quelli a cui si fa riferimento. La procuratrice antimafia Serena Vitale, di famiglia siciliana emigrata in Germania, porta in tribunale il ministro Gambino con una grave accusa, “concorso in associazione mafiosa e complicità in attentati”. Un mafioso pentito, Marcello Marino, ex affiliato del clan Pecorella, contribuisce all’incriminazione con una testimonianza pesante (e sconvolgente, come tutto quello che riguarda l’operato della mafia).

 


A questo punto si scatena il finimondo. I giornali di destra accusano la procuratrice di voler far cadere il governo (sono saltate fuori delle intercettazioni telefoniche che compromettono lo stesso presidente), quelli di sinistra la chiamano ‘la santa antimafia’, Serena Vitale inizia a ricevere missive di minaccia anonime, qualcuno mette una cimice nel suo modem, qualcuno si è intrufolato in casa sua. E lei non riceve protezione adeguata, neppure un’auto blindata. La protezione di santa Rosalia a cui l’affida alla madre è un po’ scarsa. Serena non è la sola a trovarsi in pericolo. Un giornalista tedesco segue il processo, un personaggio che a volte rasenta il ridicolo con la sua ingenuità, che riesce a farsi ricevere da un boss mafioso con l’aiuto di un fotografo piuttosto ambiguo che sembra tenere il piede in parecchie scarpe. E’ il fotografo che fa da tramite, non solo in senso letterale, trasportando Wolfgang Wienecke incappucciato nel luogo segretissimo dove vive ‘don Pace’, ma anche in senso metaforico, cercando di spiegare la cultura della mafia, il senso dell’onore, la vendetta, la giustizia ‘fai da te’ con uno Stato assente o incurante- il venire ad essere della mafia, insomma. E, scavando, riesce difficile tracciare una linea netta tra colpevoli e innocenti, o almeno, riesce difficile attribuire la colpevolezza solo ad una parte.

Palermo bella e dannata. Il romanzo di Petra Reski è più che un romanzo, più che un semplice thriller giudiziario o politico. Ha qualcosa di giornalistico nel taglio e nello stile, nell’ansia di portare allo scoperto le trame nascoste, la collusione tra mafia e stato. E non deve essere stato facile scriverlo, e neppure senza pericoli. Almeno una dozzina di giornalisti sono morti nel giro di trent’anni per mano della mafia e, quando leggiamo delle vicissitudini dello sprovveduto Wienecke che non ha le armi per affrontare una società che non può capire, ci viene da sorridere per non lasciarci sopraffare dall’angoscia e dalla paura. Perché potrebbe esserci qualcosa della scrittrice stessa nel giornalista tedesco che ha trionfato (brevemente) per il suo scoop. D’altra parte c’è qualcosa di Petra Reski anche nel personaggio dell’affascinante e battagliera procuratrice che farebbe bene a non fidarsi di nessuno, neppure di chi dice di amarla. E’ il retaggio tedesco, per nascita o per adozione, che rende Wolfgang Wienecke e Serena Vitali così spavaldi come fossero intoccabili finché devono accorgersi di aver giocato con il fuoco?

Come i migliori noir, non c’è una soluzione positiva in “Palermo connection”. Non c’è speranza. Leggendolo, ho pensato all’aggettivo che di recente degli amici avevano usato, parlando della Sicilia, ‘irrecuperabile’. Dal libro, però, traspare che non è solo la Sicilia ad essere irrecuperabile. Perché noi siamo la Sicilia.

 


Ed. Fazi, trad. La Rosa, pagg. 330, Euro 12,75

 

Recensione a cura di

Marilia Piccone

Febbraio 2019
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