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“Storia di Ásta” di Jón Kalman Stefánsson

creato da Alessandra Lotti ultima modifica 04/10/2018 09:57
«Che altro è l’essere umano, se non desiderio?»

“Le pagine che seguono raccontano la storia di Ásta, che un tempo è stata giovane, e che ormai è piuttosto anziana”… “Ma com’è possibile raccontare la storia di una persona senza toccare anche le vite che la circondano, l’atmosfera che sostiene il cielo- e soprattutto, è legittimo farlo?”

Lo dice il titolo, lo ribadisce lo scrittore, Jón Kalman Stefánsson, ad inizio libro- questa è la storia di Ásta, ma non solo. Ásta, abbandonata a sette mesi dalla madre Helga, cresciuta da una balia, mandata in una fattoria nei fiordi Occidentali per una sorta di ‘rieducazione’, rimasta incinta poco più che ventenne, una, due, tre lauree in diverse università europee, tante brevi avventure insignificanti e una storia d’amore con un uomo scomparso- perché, “che cos’è l’amore- e come lo misuriamo, se non con il dolore dell’assenza?”.

 

Bella domanda, ‘che cos’è l’amore?’. Se solo ci fosse un’unica risposta. Si amavano anche i genitori di Ásta, le avevano dato questo nome non solo perché era quello del personaggio di un libro che sua madre Helga amava, ma anche perché ast significa amore in islandese. Che cosa era successo perché Helga se ne andasse, lasciando il marito e due figlie? Come era passato, il padre di Ásta, dall’amore all’odio, all’innamorarsi di un’altra donna che poi aveva sposato? Queste sono storie che è proprio il padre di Ásta a raccontare, in lunghi flashback mentre giace al suolo dopo essere caduto da una scala. E lui, il padre, è solo un secondo narratore che si sovrappone alla narrativa principale della storia di Ásta, in parte raccontata in terza persona inframmezzata dalle lettere che Ásta scrive all’uomo che non c’è più- il ragazzo Josef incontrato nei fiordi Occidentali dove un’Ásta quattordicenne aveva ricevuto le prime vere lezioni di vita.

 

Perché il romanzo di Jón Kalman Stefánsson è un romanzo polifonico e dobbiamo affinare l’orecchio per riconoscere le diverse voci. Forse è l’autore stesso che si nasconde dietro lo zio di Ásta, il fratello del padre, il poeta che sta scrivendo la storia della famiglia, di cui noi leggiamo degli stralci che integrano quello che abbiamo letto raccontato da altri. Un vicino di casa invadente offre allo zio scrittore la possibilità di vivere nella casetta del faro- sarebbe una bella attrattiva per i turisti curiosi di vedere dove e come viva un famoso uomo di lettere. “Trasformarmi in una specie di pulcinella di mare. In un cliché per attirare i turisti…Siamo arrivati a tanto, la letteratura si è ridotta a questo, fa parte dell’intrattenimento, dell’industria? Un autore islandese è un pulcinella di mare…E’ come l’aurora boreale.”. E’ a lui, allo scrittore che alla fine accetta la proposta con un filo di disprezzo per quella che considera una prostituzione, che dobbiamo le frasi più poetiche del libro, come pure quelle che ci fanno riflettere, o quelle in cui leggiamo noi stessi. “Una volta ero giovane e impaziente di vivere. Che cosa è successo? Eppure mangio lo yogurt naturale, compro uova biologiche.” “Mia figlia dice che…devo scrivere per salvare il mondo. So che ha ragione. Ma più leggo articoli d’attualità, più mi sembra che il mio compito diventi più vasto, la mia responsabilità più grave.”

 

A ben pensare, tutte le storie di famiglia si assomigliano, non ci sono poi molte varianti di vita. Che cosa rende diversa e memorabile “La storia di Ásta”? E’ proprio l’insieme di leggerezza e profondità, di realismo dei troppi bicchieri di brennivin bevuti, del grigiore di una vita ‘tetra e insulsa, tanto che gli uccelli che sorvolano il paese muoiono di noia e cadono al suolo come sassi’, e di squarci della bellezza suprema delle aurore boreali che sono ‘il sogno di Dio’, di vita rurale e di citazioni di brani musicali e titoli di libri.

Non si può non leggere un romanzo di Jón Kalman Stefánsson.

 

Ed. Iperborea, trad. Silvia Cosimini, pagg. 479, Euro 19,50

 

Recensione a cura di

Marilia Piccone

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