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“Le vedove di Malabar Hill” di Sujata Massey

creato da Alessandra Lotti ultima modifica 18/10/2018 12:34
«Con una prosa agile e personaggi ben tratteggiati, Le vedove di Malabar Hill è una splendida prima puntata di quella che promette di diventare una serie memorabile». The Wall Street Journal

Bombay 1921. La ventitreenne Perveen Mistry lavora nello studio legale del padre, un insigne avvocato. I Mistry sono una famiglia parsi, seguace di Zoroastro e di origine iraniana. Perveen, con una laurea in legge a Oxford, oltre ad avere la funzione di procuratore legale, affianca il padre come segretaria, traduttrice e contabile- lei stessa non può apparire in tribunale, la legge indiana non ha ancora aperto questa strada alle donne. Eppure, come si vedrà in questo primo romanzo di una serie che promette di essere intrigante, proprio il suo essere donna le permetterà di avvicinare e mettersi al servizio di donne che non avrebbero altrimenti possibilità di comunicazione e di difesa.

 

La vicenda sembra iniziare come un caso legale. Lo studio Mistry deve occuparsi dell’esecuzione testamentaria di un cliente musulmano che ha lasciato tre vedove. Le tre mogli sono purdanashin, cioè vivono in totale isolamento: l’unico uomo che poteva vederle era il marito, con gli altri possono parlare solo attraverso il jali, la grata di marmo o di ferro che le protegge dagli sguardi maschili. Studiando i documenti Perveen si insospettisce: è possibile- come dice una lettera scritta in inglese dall’amministratore dei beni di famiglia- che le tre vedove siano tutte consenzienti a rinunciare alla rendita che spetta loro a favore di un fondo di beneficienza? Come faranno a mantenersi, dopo? Anche le firme delle donne sono sospette, considerando che, in un documento precedente, una delle tre aveva firmato con una croce. Ecco perché viene utile che Perveen sia l’unica donna avvocato di Bombay, l’unica che possa essere ammessa alla presenza delle vedove di Malabar Hill. Poco dopo il primo incontro, però, e dopo il primo ‘scontro’ con lo sgradevole e prepotente amministratore, è la stessa Perveen a trovare il corpo senza vita di quest’ultimo: Mr. Mukri è stato ucciso con uno stiletto.

 

Originale, coinvolgente, intelligente e interessante- “Le vedove di Malabar Hill” di Sujata Massey (padre indiano, madre tedesca, nata in Inghilterra ed emigrata negli Stati Uniti con la famiglia all’età di cinque anni) è tutto questo. Perché ci sono in realtà due storie, entrambe ricche di suspense, nel romanzo. Una è quella delle vedove di Malabar Hill e abbiamo il privilegio di entrare con Perveen nello zenana, le stanze riservate alle donne che osservano il purdah, di constatare con stupore quanto poco sappiano le purdanashin del mondo esterno e di cercare di capire le correnti di gelosia e di rivalità nel dover dividere le attenzioni del marito. In una bambina, figlia della prima moglie, nel suo desiderio di parlare inglese e nella sua curiosità vivace avvertiamo la fine non lontana di questa clausura così limitante e mortificante per le donne.

 

L’altra storia è quella personale di Perveen- è raccontata in capitoli che portano la data del 1917. E’ una storia minore ma altrettanto importante- una Perveen diciannovenne che ha abbandonato la facoltà di legge perché vittima di pesanti scherzi da parte dei compagni (tutti uomini, Perveen è stata ammessa alla frequenza grazie alla posizione del padre) si innamora del cugino di un’amica. Sembra un amore senza speranza. In India sono i genitori che combinano i matrimoni, il fratello maggiore di Perveen deve sposarsi prima di lei, Cyrus Sodawalla è di Calcutta, ci vorrebbe tempo per raccogliere informazioni sulla sua famiglia. A suo favore che sia un parsi, come Perveen. L’amore è cieco, i genitori acconsentono, la storia di questi Romeo e Giulietta sembra avere un finale felice con il fastoso matrimonio a Calcutta. Ma…

 

La vicenda di Perveen e Cyrus ci svela un altro mondo chiuso di un’arretratezza impensabile. La stanzetta in cui Perveen viene relegata nei giorni ‘impuri’ è una prigione che lascia indovinare dell’altro, impossibile da sopportare.

 

E allora, mettendo insieme i due filoni, “Le vedove di Malabar Hill” è molto di più di un ennesimo thriller con folklore indiano. E’ un capitolo della storia delle donne e delle difficoltà che hanno dovuto (e che devono) superare in un mondo che appartiene agli uomini. L’ambientazione, poi, soprattutto quella di Bombay che spazia dai quartieri esclusivi alle zone del porto, ha il ‘colore’ giusto che non infastidisce. Anzi, tutt’altro.

 

Ed. Neri Pozza, trad. Laura Prandino, pagg. 442, Euro 18,00

 

Recensione a cura di

Marilia Piccone

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