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“La lettera di Gertrud”, di Björn Larsson.

creato da Alessandra Lotti ultima modifica 12/04/2019 08:17
Björn Larsson ha scritto un’appassionante indagine sul tema dell’identità e del libero arbitrio, sui pericoli degli ‘ismi’ che sembrano rinascere virulenti in ogni occasione, su religione e ateismo, sulla grandezza dell’amore materno (M. Piccone).

“L’ebreo che non vuole essere ebreo”, così, nel romanzo, titola un giornale l’articolo su Martin Brenner, il protagonista de “La lettera di Gertrud”. Perché questo, ridotto ai minimi termini, banalizzato come può fare la stampa, è il quesito di base nel nuovo libro dello scrittore svedese Björn Larsson. Più specificatamente: che cosa fa di un ebreo un ebreo? Esiste un gene ebreo? E Martin Brenner, genetista, direttore di un laboratorio dove si effettuano analisi del DNA, è la persona più adatta per indagare in tal senso.

 

Dall’inizio: è morta Maria, la madre di Martin Brenner. Voleva essere cremata e che le sue ceneri venissero disperse nel vento. Con commozione Martin esegue il desiderio di sua madre. Vicino a lui sono la moglie Cristina, con cui Martin ha uno splendido rapporto, e la figlia dodicenne Sara che Martin letteralmente adora. Quando Martin viene convocato dal legale di sua madre, il mondo gli cade addosso. In una lettera sua madre gli rivela di aver vissuto una vita con un’altra identità: il suo vero nome era Gertrud, era ebrea, era sopravvissuta ad Auschwitz. E aveva deciso che mai suo figlio sarebbe stato messo nella posizione di vivere le sue stesse esperienze. Martin non era stato circonciso, Gertrud si era separata dal padre biologico del figlio e aveva sposato un uomo che si era poi rivelato filonazista- e a questo punto lei lo aveva lasciato, cancellandolo anche dalla vita di Martin. Se fino a questo momento era stato facile per Martin mostrare la sua apertura mentale, simpatizzando con il collega-amico Samuel che si sente emarginato in laboratorio perché ebreo seppure non praticante e sposato con una donna di religione protestante, e schierandosi apertamente contro qualunque forma di antisemitismo e di razzismo, adesso Martin è roso dal tarlo- la sua identità stessa è messa in dubbio. In che cosa lo definisce, l’avere avuto una madre ebrea? In definitiva lui è lo stesso di prima- perché è così sconvolgente la rivelazione di una madre ebrea piuttosto che, per dire, tedesca o italiana? E che risvolti può avere questa novità per quello che riguarda sua moglie e sua figlia?

 

Martin non dice loro nulla per il momento. Si getta in una ricerca storica, religiosa, filosofica, genetica (la mole dei libri consultati da Martin nella bibliografia fine libro è imponente)- vogliamo fare il gioco dei nazisti e dire che gli ebrei si possono distinguere per un loro gene? E tuttavia gli esami del DNA provano il contrario.

 

Non vi dirò che cosa succede, che è piuttosto prevedibile, quando si viene a sapere che, anche se lui lo rifiuta, anche se non si riconosce come tale, Martin è ebreo. Quello che però ferisce a morte Martin è la reazione della moglie e della figlia, più che gli attacchi antisemiti di cui è vittima e che rivelano quanto siano ancora diffusi antisemitismo (per lo più non distinto da antisionismo) e pregiudizi. E’ una tragedia.

 

La vicenda di Martin Brenner si svolge in un luogo volutamente non precisato e, nella parte finale del libro, con uno stacco narrativo lo scrittore si sostituisce al narratore in terza persona e prende la parola- la storia che abbiamo appena letto è quella di un uomo che ha chiesto allo scrittore di raccontarla per lui cambiando il suo nome. Con una variante dell’espediente del ‘manoscritto ritrovato’, Björn Larsson ha scritto un’appassionante indagine sul tema dell’identità e del libero arbitrio, sui pericoli degli ‘ismi’ che sembrano rinascere virulenti in ogni occasione, su religione e ateismo, sulla grandezza dell’amore materno, infine. E poi, anche se è impossibile per Martin Brenner guarire delle ferite, il libro termina con una speranza nel futuro.

 

Ed. Iperborea, trad. Katia De Marco, pagg. 457, Euro 19,50

Recensione a cura di
Marilia Piccone
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