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“L’isola dei fucili”, di Amitav Ghosh

creato da Alessandra Lotti ultima modifica 12/12/2019 13:48
Lo scrittore indiano affronta il cambiamento climatico e le migrazioni in un viaggio ricco di avventure e significati, attraversando Brooklyn, Calcutta, Los Angeles e Venezia.
L’eterno significato dei miti. Siano essi i nostri, quelli che conosciamo bene - Icaro che si brucia le ali avvicinandosi troppo al sole, la maga Circe, Scilla e Cariddi e tutti gli altri -, sia quelli a noi niente affatto noti. Come il mito bengali di Manasa Devi, la dea dei serpenti e di altri animali velenosi che è il perno attorno a cui ruota il nuovo romanzo di Amitav Ghosh.

 

“L’isola dei fucili” inizia con due parole, quella più banale di ‘viaggio’ (prepariamoci a partire con il protagonista, l’antiquario di libri Deen Datta, in un viaggio ricco di avventure e di significati che ci porterà da Brooklyn a Calcutta, a Los Angeles e a Venezia) e quella intrigante, bundook, che significa ‘fucile’ in bengali. Ma il nome comune bundook si trasforma nel nome proprio Bonduki Sadagar che si può tradurre come ‘mercante di fucili’.

 

Una storia avventurosa, quella di Bonduki Sadagar, di cui ci sono alcune versioni concordanti sulla figura dell’eroe che fugge al di là del mare per scappare da Manasa Devi, infuriata perché Bonduki Sadagar si era rifiutato di diventare suo devoto. Dopo mille traversie, dopo essere sopravvissuto a mille calamità compreso il morso di una creatura velenosa e l’essere stato catturato dai pirati, Bonduki Sadagar promette di far costruire un tempio per Manasa Devi se lei lo aiuterà a liberarsi. E’ da questo tempietto, nascosto in una foresta di mangrovie nelle Sundarban, che prende l’avvio la storia, altrettanto avventurosa, colma di pericoli, di minacce e di segreti da decifrare, di Deen Datta, l’antiquario che ce la racconta in prima persona.

 

C’è un dettaglio, all’inizio di questo racconto, che ci dà un indizio della direzione che prenderà il romanzo di Ghosh. Il tempio del mercante di fucili è ancora lì, nella foresta di mangrovie, ma per quanto tempo ancora? Perché le isole delle Sundarban sono erose costantemente dal mare, stanno scomparendo a poco a poco e, se il livello del mare si continua ad alzare, scompariranno del tutto. E che ne sarà, che ne è della gente che le abita? Stanno già migrando, dovranno migrare in massa. Deen Datta incontrerà a Venezia il ragazzo che aveva conosciuto nella sua visita al tempio, e Rafi è solo uno dei tanti lavoratori bangla sottopagati che fanno funzionare il turismo della città sull’acqua. Destinata a scomparire come le Sundarban se le teredini che stanno invadendo Venezia a causa del surriscaldamento delle acque della laguna continueranno la loro opera di distruzione mangiando dall’interno il legno delle palafitte su cui sorge la città.

 

È impossibile cercare di riassumere “L’isola dei fucili”. Le avventure del leggendario mercante si sdoppiano in quelle dell’antiquario, le parole bengali- chiavi di interpretazione della leggenda- si trasformano acquistando un altro significato e segnando una traccia da percorrere per i personaggi, serpenti e ragni velenosi si affacciano dal passato nel presente, gli schiavi acquistati un tempo con le cipree sono sostituiti dai nuovi schiavi che arrivano con i barconi della disperazione e, siccome la seconda metà del libro si svolge principalmente in Italia, non mancano i riferimenti espliciti al razzismo di un nostro noto politico.

 

E soprattutto c’è, nel romanzo, l’allarme per i cambiamenti climatici le cui conseguenze si propagano come onde suscitate dal lancio di una pietra in uno stagno. Riscaldamento globale, tifoni, inquinamento, delfini spiaggiati, moria di pesci, speci di animali che appaiono laddove prima non c’erano cambiando del tutto l’habitat e- proprio come avviene per gli animali- masse di gente che trasmigrano per i centomila motivi che rendono impossibile continuare a vivere nelle terre dove hanno sempre vissuto. Con questi dati di fatto, quale futuro ci aspetta?

 

Amitav Ghosh non è nuovo al tema che affronta ne “L’isola dei fucili”. Ne “La grande cecità” si era già posto il problema del silenzio culturale davanti al problema delle conseguenze del cambiamento climatico. Ora Ghosh spezza il silenzio, passa dal libro-saggio al romanzo, perché l’appello del romanzo, attraverso la voce dei suoi personaggi, ha una maggiore risonanza, riesce a coinvolgere più persone. E la prima metà del suo libro è travolgente, ci seduce con il fascino della leggenda esotica del Bonduki Sadagar. Più didattica e giornalistica, con tratti surreali, la seconda parte. Un libro profetico, dopo aver visto le immagini di Venezia in questi giorni.

 

 

 

Ed. Neri Pozza, trad. Anna Nadotti e Norman Gabetti, pagg. 315, Euro 18,00



Recensione a cura di
Marilia Piccone
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