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“L’assassinio del commendatore - Libro Primo, Idee che Affiorano” di Haruki Murakami

creato da Alessandra Lotti ultima modifica 07/12/2018 10:19
Un romanzo di Murakami è sempre imperdibile.

Un altro libro che finisce in sospeso, proprio come quello appena letto di Carmen Korn. Anche questo, “L’assassinio del commendatore”, termina in un momento cruciale, anzi, peggio, con la pagina presa da un libro che parla di un ritrattista nel campo di Treblinka: che cosa ha a che fare con la storia che abbiamo appena letto? Abbiamo girato pagina, curiosi. Niente. Pagina bianca. Fine del primo libro. Eh no, Murakami Haruki, non dovevi farlo! Dovremo aspettare il seguito con pazienza.

 

Il protagonista è un pittore di ritratti. Il suo stile e il suo metodo sono particolari. Non ritrae mai dal vero, vuole incontrare e parlare con la persona che deve dipingere: ha una straordinaria capacità di intuito, di capire la personalità di chi gli sta di fronte. A volte, nei suoi quadri, appaiono tratti di un carattere che l’altro neppure sapeva di avere ma che riconosce come propri, quando li vede sulla tela.

 

Il pittore è in crisi. Sua moglie lo ha appena lasciato. Un amico, figlio del famoso pittore Amada Tomohiko, gli offre ospitalità in quella che era la casa di suo padre, in un luogo isolato sui monti. E adesso incominciano le coincidenze e le stranezze, il racconto che corre sul filo sottile tra realtà e irrealtà, nello stile tipico di Murakami Haruki. Incontra un uomo molto ricco e molto ambiguo che abita in una splendida villa sul dorsale del monte di fronte alla sua casa. Si chiama Menshiki che vuol dire ‘assenza di colore’. Prendiamo nota, sappiamo che i dettagli sono importanti nei libri di Murakami. Menshiki ha folti capelli bianchi- il pittore pensa al personaggio di Poe i cui capelli si sono incanutiti dopo la discesa nel maelström. E noi sentiamo il richiamo non solo a Poe ma anche a Henry James de “Il giro di vite” nel romanzo dello scrittore giapponese. Se è difficile distinguere tra ciò che è reale e ciò che non lo è, l’arte pittorica (ma potrebbe anche essere la scrittura) è il mezzo migliore per lasciare intuire all’occhio quello che questo non riesce a vedere. Quale messaggio vuole comunicare lo strano personaggio che spunta da una botola nel quadro di Amada Tomohiko che il nostro pittore ha ritrovato in soffitta e che reca il titolo “L’assassinio del commendatore”? non c’entra niente con la scena che sembra essere suggerita dal “Don Giovanni” di Mozart. Più tardi, però, Menshiki darà un’altra interpretazione del quadro, collegandolo ad un attentato a Hitler a cui- si dice - avesse partecipato anche Amada prima di essere espulso da Vienna e di ritornare in patria per subire una metamorfosi e cambiare del tutto il suo stile di pittura. Metamorfosi: anche su questa parola dovremmo riflettere perché anche il nostro pittore trasforma il suo modo di dipingere quando esegue, su commissione, il ritratto di Menshiki. E facendo così, cambia anche se stesso. E che dire dell’omino alto 60 cm. che esce fuori dalla buca nel giardino da cui proveniva un misterioso suono di campanella? E’ vestito come il commendatore del quadro, dice di non essere un fantasma ma un’idea e solo il pittore lo vede e lo sente parlare.

 

Non può avere una conclusione il parlare di un libro che non si conclude, un libro che stuzzica, che offre tante interpretazioni diverse quanti sono i suoi lettori, che di certo esalta l’arte - qualunque forma di arte - come un terzo occhio, una dimensione aggiunta.

 

Ed. Einaudi, trad. A. Pastore, pagg. 411, Euro 17,00

 

Recensione a cura di

Marilia Piccone

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