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“Io sono il nemico” di Kamila Shamsie

creato da Alessandra Lotti ultima modifica 21/09/2018 09:23
Una moderna rilettura dell’eterna tragedia di Antigone.

Una parola: pietas. Un personaggio mitico: Antigone. Una scultura: la Pietà di Michelangelo, sia quella che ammiriamo in San Pietro, sia quella, ancora più dolorosamente tragica, conservata al Castello Sforzesco di Milano. Parola, personaggio e scultura si rincorrono nella nostra mente quando terminiamo di leggere “Io sono il nemico”, il romanzo di Kamila Shamsie che ha vinto il “Women’s Prize for Fiction 2018”. Pietas con il significato latino, l’insieme di doveri verso gli uomini, la scultura di Michelangelo che meglio esprime lo strazio della morte di una persona amata, l’Antigone della tragedia di Sofocle che esige la sepoltura del fratello anche se è diventato il nemico della loro città. Riscrivendo un’ “Antigone” ambientata nei tempi moderni, Kamila Shamsie testimonia la validità eterna di certi comportamenti e di certi doveri etici.

 

Isma, Aneeka e Parvaiz Pasha sono figli di pakistani trapiantati a Londra, e Londra, insieme a Amherst (Massachussets), Istanbul, Raqqa (Syria) e Karachi, sono i cinque luoghi- come i cinque atti di una tragedia- in cui si svolge la trama. I tre Pasha sono orfani, Isma si è occupata dei gemelli Aneeka e Parvaiz dopo la morte della madre ed ora che sono grandi ha ripreso gli studi- seguirà i corsi per un dottorato ad Amherst. Il padre è scomparso presto dalle loro vite- era un terrorista o era un eroe? E comunque è morto in circostanze misteriose mentre veniva portato nel carcere di Guantanamo. Ad Amherst Isma conosce per caso Eamonn, figlio del Ministro degli Interni britannico, un pakistano che ha preso le distanze dall’islam, che ha una moglie irlandese e ha irlandesizzato il nome arabo del figlio maschio (ricordiamo che, in Sofocle, il fidanzato di Antigone si chiamava Emone). Questo preludio dell’azione è una lenta introduzione, come tutti i primi atti. Sappiamo poco di Parvaiz mentre Isma è ad Amherst, soltanto che le due sorelle non lo vedono da un po’ di tempo. E ‘il primo atto’ termina con Aneeka che accusa la sorella di essere stata lei a denunciare Parvaiz alla polizia.

 

Il romanzo di Kamila Shamsie sembra, dapprima, una doppia storia d’amore, quella, frustrata, di Isma per il fascinoso e nullafacente Eamonn, e poi quella, trionfante di splendida giovinezza, della spregiudicata Aneeka (si copre il capo con l’hijab ma non si fa problemi ad andare a letto con Eamonn appena lo conosce). E potrebbe anche essere un re-make della storia d’amore di Romeo e Giulietta: come può non essere contrastato il legame tra la figlia di un terrorista e il figlio del ministro dell’Interno che intende togliere la cittadinanza britannica a chiunque abbia a che fare con i jihadisti? Ma: se Aneeka sapeva di chi è figlio Eamonn, aveva un secondo fine quando lo ha seguito a casa sua? E: che cosa succederà quando Eamonn saprà che Parvaiz ha inseguito il mito del defunto padre, eroico combattente? Perché questo è quello che ha fatto Parvaiz, e le pagine in cui il gemello diciannovenne è al centro della scena sono uno studio delle tecniche reclutatrici jihadiste, una trappola mistificante e ingannatrice.

 

Quando il dramma si sarà compiuto, è il tempo delle scelte. Qual è il dovere primario nei confronti di un morto? Quale quello nei confronti di chi lo piange? La pietas è segno di debolezza? Aneeka non ha dubbi, lei sa che cosa fare, madonna piangente sul corpo del fratello nella bara di ghiaccio. Lei non cederà. Isma è solidale con la sorella- non accetteranno che si ripeta quello che è successo al padre, scomparso nel silenzio. Come si comporterà il ministro che ora si vede attaccato sia dai britannici sia dai musulmani? E il fragile Eamonn acquista la sua grandezza, diventa un uomo. Troppo tardi, perché questa è una tragedia e sappiamo come finiscono le tragedie.

Bello, da pensarci sopra, da leggere.

 

Ed. Ponte alle Grazie, trad. pagg. 282, Euro 18,00

 

Recensione a cura di

Marilia Piccone

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