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“Il pozzo”, di Regīna Ezera

creato da Alessandra Lotti ultima modifica 19/12/2019 09:22
Nel suo romanzo, l'autrice lettone Regīna Ezera racconta la storia di un incontro, quello tra Laura e Rūdolfs, avvenuto sulle sponde di un lago...

Quando mi capita di leggere - innamorandomene subito - un libro come “Il pozzo” di Regīna Ezera, il mio primo pensiero è, ‘ma dove si era nascosto questo splendido libro? Perché non ne abbiamo saputo niente fino ad ora?’. Grazie dunque, prima di tutto all’impareggiabile casa editrice Iperborea che lo ha trovato per noi, che ce lo ha fatto conoscere in traduzione.

“Il pozzo”, pubblicato per la prima volta nel 1972, è il romanzo più famoso (ne è stato tratto un film, La sonata del lago) della scrittrice lettone Regīna Ezera, nata a Riga nel 1930 e morta nel 2002: è stata sepolta vicino al fiume Daugava che attraversa tutta la Lettonia e che ne Il pozzo” è diventato un lago.

 

Anche lo pseudonimo con cui Regīna pubblica i suoi libri, Ezera, significa lago, perché la scrittrice era affascinata dall’acqua, aveva sempre voluto vivere in campagna, vicino ad un bosco e vicino all’acqua. Per questo si era presto trasferita in un paesino chiamato Brieži, nei pressi del fiume Daugava.

 

E il lago è una presenza importante nel romanzo. Sono le acque del lago che separano le due abitazioni di Laura e Rūdolfs - lei abita sempre lì, insieme ai suoi due bambini, alla suocera e alla cognata, lui, medico di Riga, è qui in vacanza. Il marito di Laura, un bell’uomo impulsivo, allegro e spesso ubriaco, sconta in prigione la pena per aver ucciso un uomo - un incidente di caccia, avevano bevuto troppo. E, mentre il lago, con la sua bellezza struggente, assume un valore metaforico, la barca diventa il ‘libro galeotto’ di Laura e Rūdolfs: Rūdolfs la chiede in prestito a Laura, è così che la conosce.

 

In realtà non succede niente nel romanzo. Chi è che ha scritto che l’amore più grande è quello che si è perso o non è potuto essere? Così per Laura e Rūdolfs. Un sentimento che avanza a piccoli passi - lui che va a curare la bambina che ha la febbre, la suocera che spera che lui (non importa se non è giovanissimo) si innamori della figlia Vija che ha la sfrontatezza che Laura non ha e non ha niente della sua dolce bellezza, il bambino (delizioso) che fa amicizia con il dottore, Rūdolfs che aspetta che Laura esca da una riunione alla scuola dove insegna per portarla a casa.

Un abbraccio veloce. Un bacio. Gli occhi che si inseguono. Che cercano una luce alla finestra. E intanto arrivano le lettere del marito di Laura dal carcere, segnalano una presenza assenza che pesa, perché tradire un uomo assente, che conta spasmodicamente su di te, è ancora più difficile che tradire un marito presente.

 

Come se si potesse, poi, sfuggire allo sguardo vigile della suocera a cui importa solo di una persona al mondo - suo figlio. E piano, a fatica, come dal pozzo da cui si solleva il secchio dell’acqua con le catene che cigolano, escono fuori i segreti della famiglia, il passato burrascoso della suocera, il figlio illegittimo, la morte da eroe del marito, padre di Vija, la gelosia di una figlia poco amata verso il fratello prediletto della madre.

“Perché siamo tutti infelici?... Perché?”, sono le parole di Laura alla fine, prima di scomparire nella notte in cui perfino la luna sembra emettere una pallida luce morta e la casa del desiderio appare come un ‘rudere nero’.

 

È un libro di grande fascino, per quello che dice e per quello che non dice, per la lievità della prosa così vicino alla poesia, per l’atmosfera nordica delle lunghe notti estive, per il silenzio dei boschi e il fruscio dei remi sull’acqua - parole d’amore consegnate alle piccole onde del lago.

 

Da leggere.


 

Ed. Iperborea, trad. Margherita Carbonaro, 2019, pagg. 333, Euro 18,50.


 

 

Recensione a cura di
Marilia Piccone
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