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“Il cielo sopra l’Everest” di David Lagercrantz

creato da Alessandra Lotti ultima modifica 24/08/2018 10:28
Ispirato a fatti realmente accaduti, un romanzo avvincente e drammatico dall'autore di Millennium 4 e 5. Una magistrale messa in scena di desiderio, rivalità e dolore tra le vette dell'Himalaya.

Nel 1996 una spedizione per raggiungere la cima del monte Everest terminò tragicamente: 8 morti si aggiunsero alle quasi duecento vittime del ‘mal d’Everest’. Diverse le cause del dramma. Il sopraggiungere di una tempesta (si sa, però, che il tempo può cambiare improvvisamente a quell’altezza), il ritardo con cui gli scalatori raggiunsero la vetta (anche questo è risaputo, si deve essere in cima entro le 14 per incominciare subito la discesa e non essere colti dal buio e dal gelo che cala con la notte), l’alto numero degli arrampicatori che causò rallentamenti nell’ascesa (e questo innesca la discussione sui pericoli dell’aver trasformato uno sport arduo, che richiede allenamento, disciplina, preparazione, idonee condizioni fisiche, in una escursione turistica).

 

È a questi fatti che si ispira “Il cielo sopra l’Everest” dello scrittore svedese David Lagercrantz, un romanzo che mescola realtà e immaginazione, personaggi che rispecchiano i veri partecipanti della spedizione ed altri inventati, un libro che affascinerà sia gli amanti della montagna sia chi non ha mai fatto un’arrampicata in vita sua e si chiede, perché? perché correre tali rischi, perché sottoporre il proprio corpo a tali sforzi e a tali sofferenze? La risposta data da George Mallory, l’alpinista inglese morto sull’Everest nel 1924, ad un giornalista che gli aveva chiesto perché voleva raggiungere la cima della montagna che, con i suoi 8848 metri, è la più alta del mondo, è rimasta famosa. “Perché è lì”, aveva detto. Perché è il simbolo “del desiderio dell’umanità di conquistare l’universo”. George Mallory era un ‘puro’, scalava al tempo in cui non c’era attrezzatura termica adeguata e neppure c’erano le bombole d’ossigeno che attenuassero il male da altura (le conseguenze dell’insufficienza di ossigeno che arriva al cervello sono descritte in maniera straordinaria e terrificante da Lagercrantz). E tuttavia non era forse meglio basarsi solo sulla capacità di adattamento del fisico umano che permetteva di rendersi conto fino a dove ci si poteva spingere?

 

I livelli di lettura de “Il cielo sopra l’Everest” sono diversi, tutti coinvolgenti e appassionanti.

Primo livello, quello vicino ai fatti reali: storia di una spedizione famosa da cui è stato tratto anche un film, ricca di dettagli sul campo base, le difficoltà delle varie tappe, l’avvicinarsi della tormenta, la catastrofe.

Secondo livello, il filone romanzesco: le vicende dei vari personaggi, la rivalità tra la guida italiana Giuseppe Cagliari (ad inizio del libro è solo, accasciato nella neve, sente la fine avvicinarsi e, con un misto di soddisfazione e colpevolezza, pensa che il suo rivale, l’imprenditore di successo Paolo Villari, deve essere già morto), le storie della donna che dirige e organizza il campo base, della guida nepalese che spera, un giorno, di poter cambiare vita, dei fedelissimi sherpa senza i quali gli scalatori amatoriali non potrebbero muovere un passo, dei clienti che- ognuno con il suo proprio motivo- vogliono arrivare in vetta, dello scalatore in solitaria, Jacob Engler, infine, quello che interpreta l’antitesi degli scalatori da strapazzo, l’esagerazione dell’alpinismo, l’uomo che inconsciamente sfida la morte cercandola di continuo.

Terzo livello, e lo chiamerei il filone della religione della montagna: gli occidentali hanno perso il senso del Sacro ma tutti gli orientali sentono fortemente la spiritualità della natura, l’Everest- i nepalesi lo chiamano Chmolungma, e quanta alterigia, disprezzo, senso di superiorità di stampo colonialista c’è nella voce di Paolo Villari che neppure riesce a pronunciare questo nome- è una divinità a cui bisogna innalzare un piccolo stupa, un altare, prima di violare i suoi fianchi, bisogna appendere bandierine di preghiera, non lo si deve far adirare con comportamenti profani (tutta quella promiscuità e quel sesso nel campo base, che orrore), si devono interpretare i segnali che invia. Il messaggio finale è che non si scala la Dea madre del mondo per divertimento.

Quarto livello, quello del thriller, che tiene avvinti fino all’ultima pagina. Lo scrittore scava nei suoi personaggi- a qualcuno di loro si può attribuire una responsabilità maggiore per la morte di un compagno di scalata?

 

Questo è, infine, un thriller grandioso in cui c’è un assassino grandioso e sappiamo dall’inizio chi è: la splendida montagna ‘che è lì’, che stuzzica e sfida, che si vendica, impassibile, dell’arroganza e della superbia degli ometti che violano il suo candore.

 

Ed. Marsilio, trad. Carmen Giorgetti Cima, pagg. 348, Euro 19,00

 

Recensione a cura di

Marilia Piccone

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