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Intervista a SUJATA MASSEY, autrice de “Le vedove di Malabar Hill”

creato da Alessandra Lotti ultima modifica 06/12/2018 12:48
Dopo la recensione del libro, Marilia Piccone ci propone l'affascinante intervista alla scrittrice, con approfondimenti sul romanzo, sulla condizione femminile in India e con un riferimento particolare a... Modena!

La prima cosa che mi colpisce, quando Sujata Massey mi saluta, è il suo accento americano. Mi dice subito, in breve, la sua vita: padre indiano, madre tedesca, lei è nata in Inghilterra ma a cinque anni è emigrata con la famiglia negli Stati Uniti dove vive tuttora. Quando le dico che la mia intervista sarà pubblicata sul sito di Stradanove, del comune di Modena, sembra estasiata. Abito a Modena, io? No, a Milano. Peccato, perché segue una serie su Netflix, “Master of none”, di cui una stagione è stata girata a Modena. Mi dice il nome dell’attore, un indiano-americano, Aziz Ansary, e scopro poi su internet che Alessandra Mastronardi (sì, la stessa che impersona Alice Allevi nella serie “L’allieva” tratta dai romanzi di Alessia Gazzola) è l’attrice co-protagonista. E’ facile, poi, continuare la conversazione.

 

Il suo romanzo, “Le vedove di Malabar Hill”, ha due punti di forza: l’ambientazione nel 1920 e la protagonista, una donna avvocato. Quale ha deciso prima? L’ambientazione storica o il personaggio principale?

Prima ho deciso l’ambientazione. Volevo scrivere un romanzo a sfondo storico ambientato nell’India degli anni ‘20 del ‘900, un’epoca in cui le donne vivevano una vita protetta - è vero che solo le donne di religione musulmana come le vedove del mio romanzo erano interamente recluse, ma anche le altre donne indiane non uscivano per fare acquisti, per esempio, senza essere accompagnate. Qualunque famiglia ‘per bene’ faceva accompagnare da qualcuno le proprie donne. All’epoca c’erano solo due donne avvocato in India. Una di loro, Cornelia Sorabji aveva un carattere molto indipendente- viaggiava da sola, in treno, a cavallo, in palanchino su un elefante. Ecco un personaggio che andava bene per me, ecco lo spunto da cui è nata Perveen Mistry.

 

Mi sono chiesta se l’ambientazione storica negli anni ‘20 era stata scelta anche perché le offriva l’opportunità di sottolineare i grandi cambiamenti avvenuti nel corso degli anni in India.

Era un’epoca eccitante. In diverse parti del mondo le donne avevano avuto il diritto di voto, nel 1921 il movimento per la libertà di Gandhi stava acquistando forza e questo mi offriva delle opportunità da sfruttare in altri libri: Gandhi poteva comparire come personaggio sullo sfondo. Altre grandi cose iniziarono negli anni ‘20 - la musica jazz diventò popolare, e poi il cinema, apparvero i primi film muti. Bollywood incominciò dopo, negli anni ‘30. Attrici straniere, armene o ebree che vivevano in India, recitavano la parte di donne forti in lotta contro il Male - un simbolo dell’India in lotta contro la Gran Bretagna. Erano attrici per lo più straniere perché le famiglie indiane non avrebbero mai dato il permesso alle figlie di calcare il palcoscenico.

 

Mi sono piaciute le due narrative, con la storia di Perveen Mistry che mostra come una donna possa uscire da una condizione di sottomissione: era questa la sua intenzione nel raccontarci del matrimonio infelice di Perveen?

Avevo bisogno di studiare le leggi che riguardavano il divorzio per scrivere il mio romanzo sulle vedove di Malabar Hill. Quando mi sono resa conto che il codice di leggi parsi era così severo, ho deciso che avrei creato una situazione in cui la protagonista sarebbe stata oppressa e avrebbe dovuto lottare per riacquistare la sua libertà.

 

Tuttavia, se Perveen non avesse avuto la fortuna di avere un matrimonio sfortunato, non avrebbe mai raggiunto l’indipendenza e la sua vera personalità non sarebbe mai sbocciata.

E’ vero, sarebbe rimasta intrappolata nel suo matrimonio. Mi piaceva la situazione per cui non poteva risposarsi. Cornelia Sorabji non si sposò mai, però ebbe due storie d’amore tragiche, una con un uomo che era già sposato. Ci furono molti più scandali di quello che potremmo aspettarci, negli anni ‘20. Era la prima volta che scrivevo di un matrimonio infelice, l’ho trovato stimolante.

 

Come accade per le due narrative, una che mette in risalto l’altra, mi è parso che anche Perveen abbia la sua controparte nel personaggio della bambina Amina che mi pare anticipi la donna indiana del futuro.

A Perveen piace Amina, ma anche sua madre è un esempio di un nuovo tipo di donna che guarda il mondo che c’è fuori. D’altra parte tutte e tre le vedove fanno quello che possono, in ambito diverso.

 

Sì, però riescono a ‘fare’ solo dopo la morte del marito. Ho osservato che tutti personaggi femminili devono sbarazzarsi degli uomini prima di poter essere indipendenti e diventare loro stesse.

Ha ragione, è vero. (e si illumina di un sorriso)

 

Un’altra scelta interessante che ha fatto è stata quella della famiglia parsi di Perveen. Sono sparsi un po’ dappertutto gli zoroastriani in India o sono concentrati in alcune regioni? E l’apertura mentale della famiglia di Perveen è dovuta al loro essere Parsi?

Sono concentrati soprattutto a Mumbai dove vive un numero di zoroastriani più alto che in Iran. Dopo Mumbai viene il Gujarat, lo stato indiano dove si rifugiarono all’inizio, dopo essere immigrati in India in fuga dalle persecuzioni religiose. E sì, l’apertura mentale della famiglia di Perveen è connessa con il loro essere Parsi. Gli zoroastriani per tradizione hanno commerciato moltissimo con i paesi oltremare, molti di loro hanno studiato in Inghilterra, legge, medicina, altre facoltà.

 

Dovevano essere molto ricchi per potersi permettere gli studi all’estero.

Sì, si sono arricchiti quando gli inglesi li hanno invitati a venire a Mumbay nel 1600 quando quella che allora si chiamava Bombay venne regalata alla Gran Bretagna dai portoghesi come dote di Caterina di Braganza. Allora Bombay era una fortezza, i britannici volevano farne una grande città e invitarono i Parsi in qualità di ingegneri e costruttori. Fu così che molti di loro abbandonarono il Gujarat. Tra gli altri commerci, esportavano anche oppio in Cina - giravano molti soldi. Una cosa che mi interessava della comunità parsi erano le leggi ereditarie: i soldi dell’eredità del defunto non andavano solo ai figli ma erano divisi tra i tanti membri della famiglia. Fu uno dei motivi per cui diventarono la comunità religiosa più ricca dell’India.

 

Immagino che abbia già scritto un secondo romanzo con Perveen Mistry.

Sì, il secondo romanzo con Perveen Mistry è già stato pubblicato e si intitola “The Satapur moonstone”. In questo nuovo libro Perveen si reca in uno degli stati governati da un sovrano - la Gran Bretagna regnava sul 60% dell’India, nel restante 40% regnavano i Maharaja. Il principe è scomparso - da qui inizia il caso di cui si occuperà Perveen.

 

Ha già deciso se il periodo storico in cui saranno ambientati i futuri romanzi sarà sempre negli anni ‘20 o se copriranno un periodo di tempo più lungo?

Non sono ancora certa sul periodo storico in cui si svolgeranno i romanzi. Vorrei coprire, nelle mie storie, la situazione politica, vorrei parlare dell’istruzione femminile, del cinema e anche approfondire il personaggio di Alice.

 

Il mio tempo per parlare con Lei è scaduto, possiamo solo accennare brevemente ad Alice, l’amica lesbica di Perveen. Che cosa sanno le due famiglie?

Né la famiglia dell’una né quella dell’altra sanno qualcosa. A Perveen il dettaglio sulle preferenze dell’amica non interessa. Perveen sa che nella vita di entrambe c’è qualcosa di cui si vergognano: si sosterranno l’un l’altra.

 

 

Intervista realizzata da Marilia Piccone

leggerealumedicandela.it

Dicembre 2018



Leggi la recensione del romanzo "Le vedove di Malabar Hill" a cura di Marilia Piccone

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