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Intervista a NADEEM ASLAM, autore de “Il libro dell'acqua e di altri specchi”

creato da Alessandra Lotti ultima modifica 02/10/2019 10:06
Marilia Piccone intervista Nadeem Aslam. Durante il Festival della Letteratura di Mantova, lo scrittore ha presentato il suo ultimo romanzo, dove viene raccontato un Pakistan tormentato dall’intolleranza religiosa.

Avevo già incontrato Nadeem Aslam nel lontano 2005, è impossibile che se ne ricordi. È cambiato - chi di noi non lo è? Sempre molto affabile, di una gentilezza che è più orientale che inglese. Incominciamo a parlare, in una stanza con la finestra aperta sul cielo blu di Mantova. Parliamo del suo ultimo romanzo che ho amato quanto i precedenti.

 

C’è molta violenza all’inizio del Suo romanzo - musulmani contro cristiani, la voce accusatoria che proviene dal minareto, i droni americani, la spia americana che spara sulla folla: il Pakistan è un paese così violento?

Uso tutti questi episodi, questi fatti, per rendere la narrazione più intensa, per parlare della società in questa maniera e, però, tutte queste cose non accadono insieme. Tutto quello di cui parlo nel libro è più o meno vero. Io non ho molta immaginazione e quello che accade nella realtà è più interessante dell’immaginazione. Prendo sempre spunto dalla vita reale per costruirci sopra. Il mito dice che Zeus è andato a letto per nove notti con la dea della memoria e il risultato di quelle nove unioni furono le nove muse: ecco come nasce l’Arte. C’è la tua esperienza e in più c’è la scintilla divina che è Zeus. È come se ci fosse una scossa elettrica e tutto diventa più intenso. Ho costruito su quello che è reale. Inizio sempre dalla vita vera e, dopo aver scelto il soggetto - che può essere un avvenimento di 10 anni fa oppure di ieri - decido di scrivere. Ci sono scrittori che iniziano con un personaggio, una situazione o un sentimento che poi diventa il romanzo. Io no: incomincio con un avvenimento e poi scrivo un libro che è fatto di migliaia di dettagli presi dalla vita vera e anche inventati.

 

I libri hanno un ruolo importante nel romanzo. “Leggere è una magia”, dice Massud alla bambina Helen. Ho pensato molto al significato di Nargis che ripara le pagine strappate con un filo d’oro e anche al titolo del libro del padre di Massud, “Affinché si conoscano a vicenda”. La cultura ha un ruolo essenziale nel portare i popoli alla pace?

Sì, la risposta è semplice. Italo Calvino è stato la mia porta d’ingresso in Italia: la mia prima impressione è attraverso uno scrittore, poi magari si va oltre. I libri sono il cancello di ingresso. Thomas Mann mi ha introdotto alla Germania e Garcia Marquez all’America Latina. Le storie sono importanti, ecco perché si bruciano i libri. Penso che pubblicare sia essenziale, si cerca di documentare qualcosa. Ecco perché il filo d’oro per cucire le pagine: i libri sono preziosi.

 

L’isola nel fiume dove i tre personaggi trovano rifugio - è un luogo simbolico?

Queste isole esistono, ne ho visitato una su cui c’era un tempio indù, si doveva essere indù per poterci andare. Io ci sono riuscito tramite conoscenze. L’isola poteva essere un ‘santuario’, un rifugio sicuro, per Nargis e i due giovani, per un certo periodo. Questa dell’isola è in realtà la prima pagina che ho scritto del romanzo e dopo ho iniziato a pensare: come sono arrivati qui?

 

C’è molto odio e tuttavia c’è anche tanto amore accanto all’odio. Ci sono bellissime storie d’amore, quella di Nargis e Massud, di Lily e Grace, di Lily e Aysha, di Helen e Imran. Provava sollievo nello scrivere d’amore dopo aver scritto dell’odio?

Penso che ad un certo punto si debba interrompere: un libro ti dice come scriverlo. Vai troppo in là e ti accorgi che ti devi fermare e parlare delle ali di un uccello o della musica. Anche nella vita è così. La guerra non ferma il sesso dall’essere sesso, una coppia dall’essere coppia.

 

Ci sono stupefacenti immagini di una bellezza fragile - il museo del vetro, la città di carta. Contengono il messaggio che l’amore e la bellezza sono ancora possibili? Da dove ha preso queste immagini?

Ho visto un museo del vetro in Pakistan ma avevo in mente il Museo del Vetro di Harvard: è bellissimo. La città di carta, invece, è una mia invenzione. Le cose fragili sono un contrappunto alla violenza e sono un esempio di come si possa sopravvivere. Sì, sono un messaggio di speranza.

 

Mi sono piaciute le immagini dei due edifici in miniatura dentro la stanza, per poter leggere e studiare restando al caldo. La scelta di queste due moschee in particolare è stata fatta perché entrambe, Santa Sofia di Costantinopoli e la Mezquita di Cordoba, sono state sia una chiesa sia una moschea?

Inizio spiegando da dove mi è venuta l’idea. Prova la mia tesi che io non ho immaginazione. Ho visto un programma in TV con una grande dimora inglese di proprietà di un aristocratico, che però non aveva i soldi per mantenerla. Si vedeva un enorme atrio con armature e quadri giganteschi e poi, lì dentro, una casupola di legno in cui lui viveva con una stufetta. Santa Sofia e la Mezquita di Cordoba sono nel pensiero pakistano. Sono una ferita e una grande perdita perché la Moschea di Cordoba non è più una moschea, non sono più quello che erano in origine.

 

Uno dei personaggi dice, “non ho il diritto di disperarmi perché non ho fatto abbastanza”. Che cosa si potrebbe fare?

Dipende dalla situazione. Non sono una persona che vede in bianco e nero. Sono capace di giudicare una situazione e rispondere adeguatamente. C’è però una costante, anche se poi tanto dipende dalla contingenza: la solidarietà con i deboli.

 

L’America è vista come una potenza oscura dietro la scena. Qual è il suo ruolo?

Non siamo forti come gli americani. L’episodio della spia americana è successo veramente. Tutto è successo così come ne parlo, anche i ricatti. Il Presidente Obama ha detto che il loro diplomatico doveva essere rilasciato, ma sapeva benissimo che era una spia. L’America è una potenza oscura dietro il Pakistan. Però c’è una resistenza, c’è una luce in fondo.

 

Imran sembra essere nel romanzo per farci conoscere l’oppressione in Kashmir. E il Kashmir fa notizia in questi giorni, purtroppo. Che cosa sta succedendo?

L’India sta facendo oppressione sul Kashmir e devono smettere. Il Kashmir aveva uno statuto speciale e ora l’India glielo rifiuta.

 

Ho osservato che il nome di Suo padre appare quattro volte in questo romanzo, dà anche il suo nome ad una strada e a una prigione…

E’ vero, ha contato giusto. In tutto quello che scrivo c’è sempre un personaggio con il suo nome. Anche nel libro che sto scrivendo c’è una madre che aspetta un bambino e vuole chiamarlo con il nome del poeta, mio padre, perché ama le sue poesie. Poi nasce una bambina ma lei gli dà ugualmente il suo nome. E tuttavia la storia di quel poeta che era mio padre deve ancora essere scritta- la scriverò.

 

 

Intervista e foto realizzate da Marilia Piccone

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