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Intervista a HALLDÓRA THORODDSEN, autrice del libro "Doppio vetro"

creato da Alessandra Lotti ultima modifica 07/06/2019 11:00
Marilia Piccone intervista Halldóra Thoroddsen, scrittrice islandese e autrice di un romanzo che mescola storia d'amore e rimpianto, con le terre d'Islanda in sottofondo.

Nelle occasioni come quella del Salone del Libro di Torino, quando gli scrittori presenti sono tanti e le interviste vengono fatte in un grande albergo, mi capita di fare un gioco con me stessa, scrutando i volti e gli abbigliamenti delle persone che vedo intorno a me, cercando di indovinare chi sia chi- molte sono facce note, molte sono nuove, quali saranno gli scrittori o le scrittrici? Da dove verranno? Halldóra Thoroddsen non passava inosservata, difficile capire il perché, difficile anche capire il paese di origine, avrebbe potuto anche venire da uno dei paesi dell’Europa dell’Est. Un particolare la tradiva: indossava uno spolverino leggero, troppo leggero per questo maggio insolitamente freddo e piovoso. Si aspettava un clima più caldo? Oppure, venendo dall’Islanda, per lei questo era già caldo a sufficienza?

 

L’amore in tarda età: perché viene guardato con un filo di derisione? Di che cosa hanno paura i figli della donna che è la protagonista del suo romanzo? Anche il figlio di Sverrir, quando arriva dall’America, sembra guardare la donna dall’alto al basso, quasi fosse una donna di strada.

Penso che l’immagine che abbiamo di una donna anziana è quella di una nonna generosa. Non sappiamo che ruolo dare ad una persona anziana, continuiamo a pensare che nella terza età non sia possibile innamorarsi. Molto probabilmente siamo rimasti attaccati all’immagine che si aveva di un anziano tanto tempo fa, quando era inconcepibile l’amore in tarda età, avere ancora degli interessi da vecchi. E’ qualcosa di nuovo. Per il figlio dell’uomo, che viene dall’America, la faccenda è ancora più complicata perché sua madre è separata da suo padre, il protagonista maschile della vicenda. Il figlio avverte una sorta di gioco di potere, nella sua testa permane l’idea di una famiglia felice che non c’è più, anche se suo padre non aveva mai chiarito la situazione, non aveva mai divorziato. Questo è un dettaglio del carattere del protagonista - il non aver messo definitivamente fine al suo matrimonio, il lasciare che sia la donna a gestire i sentimenti. Per le generazioni più vecchie i sentimenti sono sempre affidati alle donne.

 

Perché la protagonista del libro non ha nome, mentre invece conosciamo quello dell’uomo?

La protagonista del mio libro è la donna. Ho pensato che volevo mettere non ‘una’ donna al centro del romanzo, ma molte donne. Ci deve essere un uomo nella storia, se no non avrebbe senso, ma per questo l’ho lasciata senza nome: perché volevo che lei fosse ‘l’idea’ della donna.

 

Dapprima la donna non vuole cedere a questo sentimento, poi accetta l’invito di Sverrir. Che cosa le fa cambiare idea?

La donna ha la sua vita e deve scegliere se vuole vivere un certo tipo di vita, la sua, o cambiare, per amore. Si deve fare sempre un sacrificio per quello che vuoi o che ami e lei ha paura che, alla sua età, questo cambiamento la disturberà troppo. Nella prima metà del libro c’è questo conflitto dentro di lei: vuole e non vuole.

 

Prima di questo incontro, qualcuno dice alla donna che i vedovi leggono sempre gli annunci mortuari per poi farsi avanti: sono meno capaci, gli uomini, di cavarsela da soli? Lo sono per motivi pratici o perché devono sempre esercitare il loro ego, comandare qualcuno, oppure perché hanno meno risorse interiori?

Penso che gli uomini di quella generazione morirebbero davanti ad un frigorifero, sono del tutto incapaci di fare qualunque cosa se erano abituati ad avere una moglie. Di certo sono più incapaci delle donne. Quindi è prima di tutto per motivi pratici che cercano una donna. È la donna che si prende cura dei sentimenti, la donna è più equipaggiata per fare amicizie e mantenerle.

 

La prima volta che Sverrir si siede accanto alla donna per parlare, è appena uscito dalla biblioteca e ha in mano “Morte a Venezia”. È un messaggio per il lettore? Dobbiamo capire che Sverrir non è un vedovo senza risorse ed è per questo che piace alla donna?

No, non c’è un messaggio speciale per il lettore. Ho cercato di far capire che Sverrir è un uomo curioso della vita, che gli interessa la letteratura. Mi piaceva il libro di Mann, mi piaceva la parola ‘morte’ nel titolo. Sverrir non è così vulnerabile come tanti altri uomini, dopotutto era un chirurgo, è abbastanza simile alla donna, anche se lei è più appassionata di letteratura - è per questo che Sverrir piace alla donna. Sverrir è anche piuttosto simile a suo marito nella maniera in cui lui non parla di sentimenti. Entrambi sono semplici, non sono persone analitiche, sono pratici, un po’ come tutti gli uomini, del resto.

 

Le ultime pagine del libro sono molto tristi. Ci sentiamo felici per la luce che ha illuminato l’ultima parte della vita della donna. È uno dei significati del libro, carpe diem, afferra quello che la vita offre perché la fine di tutto si avvicina veloce?

All’inizio ho pensato alla tendenza che abbiamo di collocare tutto in scompartimenti, nella vita: bambini - età di mezzo - posto di lavoro, e lasciamo fuori gli anziani. Il sistema in cui viviamo crea anime sole e isolate. Scrivendo questo libro volevo mostrare come viviamo in una società che ci mette in scompartimenti e come invece dovremmo rimettere tutto insieme creando una continuità. Dobbiamo cambiare la maniera di trattare le persone: gli anziani hanno un ruolo, hanno i ricordi del passato, sarebbe bene che potessero parlare con più persone. Avevo in mente un ideale di continuità e interezza, al posto dell’isolamento di ogni fascia di età.

 

Pensa che questo isolamento degli anziani, questa loro mancanza di un ruolo, si avverta in modo diverso in paesi e in culture diverse? Forse si avverte di più in paesi in cui la famiglia non ha più forti legami?

Sì, probabilmente è vero che il ruolo degli anziani è diverso nelle varie culture. A Londra c’è un Ministero della Solitudine che si prende cura degli anziani e dei disabili. In molte società moderne questo è un grosso problema. Probabilmente se la famiglia ‘tiene’, se i legami famigliari sono forti, questo problema è meno avvertito. Ed è comunque per questo che per la donna l’unica maniera per uscire dalla solitudine era innamorarsi, era l’amore romantico.

 

Nel libro ci sono bellissimi passaggi di pura poesia, ad esempio quando la donna guarda fuori dalla finestra. È stato difficile condensare così tanto in poche pagine? Per quello ricorre alla poesia? Perché è questo che fa la poesia, dopotutto, no? Dire tanto in poche parole.

È il mio stile, io sono una poetessa, la poesia mi ha insegnato a tagliare i contorni e lasciare l’essenza.

Le righe in corsivo che intervallano la storia, sono lì perché volevo avere l’adesso fuori della vicenda, volevo indicare quello che succedeva in quel momento.

 

 

Intervista realizzata da Marilia Piccone

leggerealumedicandela.it

Giugno 2019

 

 

 

Leggi la recensione del libro "Doppio vetro" realizzata da Marilia Piccone.


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