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Intervista a ELISABETH ÅSBRINK, autrice di “1947”

creato da Alessandra Lotti ultima modifica 14/03/2019 14:12
La giornalista e scrittrice svedese - intervistata da Marilia Piccone al Festival dei Boreali 2019 - ci racconta di sé e di come è nata l'idea di scrivere "1947".

Ho letto due volte “1947”- la prima volta lo scorso anno, quando è stato pubblicato e la seconda volta adesso: non potevo assolutamente mancare all’incontro con Elisabeth Åsbrink, a Milano per il festival dei Boreali. Quando si prova lo stesso piacere, lo stesso coinvolgimento nel rileggere un libro a breve distanza di tempo- be’, vuol dire che è un gran bel libro. Che merita di essere riletto anche una terza volta.

Prima di rivolgerle delle domande ascoltiamo la scrittrice che ci dice brevemente di sé e di come è nata l’idea di scrivere “1947”.

"Ho iniziato come giornalista, lavorando per la radio e per la televisione. Facevo giornalismo investigativo. A questo punto devo parlare di una storia personale: 11 anni fa sono stata molto ammalata, ho passato sei settimane in ospedale e sono stata in punto di morte. Non sono morta, però allora ho deciso che non avrei sprecato tempo per cose che non erano importanti e non mi interessavano. Avevo 42 anni e volevo scrivere. Ho abbandonato il giornalismo e sono diventata scrittrice a tempo pieno- ho scritto per lo più libri di non-fiction. Leggevo non-fiction e poesia, quasi mai romanzi e la domanda che mi facevo era: posso combinare la non-fiction con la poesia? Il mio prossimo libro sarà un modo di rispondere a quella domanda. In “1947” volevo scrivere del leader fascista Per Engdahl e facevo ricerche sulla sua vita. Anche Stieg Larsson si occupò di lui prima di scrivere “Millennium”. Per Engdahl andò in Danimarca a fondare un partito nazista, ma non trovavo nessuna documentazione su di quello. Presi allora tutti i numeri di due giornali del 1947 e li ho letti tutti, giorno dopo giorno: mi sono resa conto che quello era stato un anno molto importante e decisivo".

 

1947” è chiaramente un libro che ha richiesto approfondite ricerche da parte sua. Come organizza il suo lavoro, di ricerca e di scrittura?

Faccio ricerche e scrivo parallelamente. Se non si fa così, ci si perde nella ricerca. Magari faccio ricerche per metà giornata e dedico alla scrittura l’altra metà. Forse all’inizio faccio più lavoro di ricerca, dopo procedo parallelamente. Uno dei maggiori problemi degli scrittori è che si hanno le frasi in testa. E’ importante scrivere e tirare fuori le frasi dalla testa. Prima di tutto bisogna scrivere, dopo si penserà a cancellare. Era quasi un’ossessione: ho scritto sempre, per 14 mesi, ogni giorno, che fosse festa o no. Per fortuna anche mio marito è così, scrive ogni giorno.

 

Come sceglie il materiale su cui lavorare?

Per una sorta di conoscenza intuitiva. Devo provare un forte sentimento, devo scegliere quello che è importante- è strano, ma in genere scelgo quello che mi ferisce. Deve collegarsi con qualcosa dentro di me. E mi piace sedermi negli archivi. La differenza tra le ricerche in internet e quelle negli archivi è che in internet si deve avere un punto di partenza, negli archivi è più facile.

 

Come vive la Svezia la sua posizione di ambiguità riguardo al nazismo? Dopo tutto non pensiamo mai che ci sia un collegamento tra Svezia e nazismo.

Dopo la guerra Per Engdahl non agisce nel contesto svedese, è internazionale, dirige una rete internazionale del movimento nazionalista. E anche prima la gente colta e benestante, in Svezia, pensava che Hitler fosse il migliore per fermare i sovietici. La Svezia non fu occupata perciò l’influenza dei nazisti agì al di sotto della superficie. Nei paesi che sono stati occupati, dopo la guerra ci si è occupati del nazismo, in Danimarca e da noi il problema del nazismo è stato soppresso.

 

Nel 1947 abbiamo assistito a tre grandi flussi migratori: i Nazisti in fuga, gli ebrei che cercavano di raggiungere la Palestina e gli indiani che si spostavano in massa dopo la partizione. Non è paradossale che proprio i protagonisti più malvagi di questi tre flussi migratori siano anche stati i più fortunati?

La risposta è molto cinica: la Germania era divisa in due ed è un dato di fatto che tutti gli insegnanti, gli avvocati, tutte le persone di un certo rilievo nella società erano membri del partito nazista. Per questo si dovevano lasciar liberi i nazisti. Quando iniziò la Guerra Fredda, in Francia, in America, in Gran Bretagna, si voleva che la gente si opponesse al comunismo ed è per questo che furono lasciati in libertà i nazisti. E per quello che riguarda la fuga in Sud America- Perón non aveva alcun problema con l’ideologia, i nazisti diventarono gli istruttori dei militari in Argentina. Nel novembre del 1947 fu chiusa la rotta settentrionale della fuga e si aprì quella del Sud, quella supportata dal Vaticano. Dietro la posizione del Vaticano, che ho preferito non approfondire, c’era, sì, paura del comunismo, ma anche un latente antisemitismo.

 

Ci sembra strano che la parola ‘genocidio’ non sia mai stata usata prima. Pensiamo agli Herero in Africa, per non dire dei Maya o degli indiani d’America: perché nessuno ha mai usato la parola ‘genocidio’?

E’ una domanda che esige risposte separate. Dobbiamo parlare del colonialismo e se ci riferiamo, ad esempio, al genocidio degli armeni ad opera dei turchi in un’epoca in cui era considerato corretto trattare una minoranza in questa maniera. Dopo l’introduzione dei diritti umani, si introdusse anche il principio che ogni essere umano ha uguali diritti. La questione è connessa a parecchi cambiamenti nella morale. Prima della seconda guerra mondiale uno stato poteva fare quello che voleva con le proprie minoranze: non veniva considerato un crimine. Il genocidio è un crimine difficile ma fa una grossa differenza morale.

 

Mai più”, eppure quanti altri genocidi, quante altre navi cariche di migranti sono affondate. Qual è la differenza tra le navi cariche di ebrei e quelle piene di gente di colore che affondano nel Mediterraneo?

Ci sono enormi differenze e anche grandi somiglianze. La situazione oggi riguarda il potere economico, si tratta di problemi che hanno una soluzione economica. Dopo la guerra gli ebrei volevano per lo più andare in Gran Bretagna o negli Stati Uniti ma queste nazioni non li volevano. E’ una grossa differenza. La situazione attuale riguarda di più la politica e l’economia. Allora si trattava di antisemitismo, di paura dei rifugiati e di un complesso di colpa. Metà dei rifugiati andarono in Palestina, l’altra metà rimase in Europa fino al 1953 quando ci fu un cambiamento nella costituzione americana.

 

Un’ultima domanda ‘leggera’. Si parla di Dior nel libro. Che cosa ci dice la moda, dell’epoca?

La moda è come l’arte. Cattura il tempo prima che il tempo sia lì. Dior si fece interprete delle restrizioni delle donne e lo ha messo nei vestiti. La sua è una forma d’arte. C’era un desiderio di bellezza dopo la guerra che era stata così piena di brutture. E il new look è così raffinato, super bello.

 

 

Intervista realizzata da Marilia Piccone

leggerealumedicandela.it

marzo 2019

 

 

Leggi la recensione del libro "1947" scritta da Marilia Piccone.

 

Foto di copertina realizzata da Marilia Piccone. Libera da copyright.

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