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Intervista a Benedict Wells, autore de "L'ultima estate"

creato da Lotti Alessandra ultima modifica 05/12/2019 13:02
Un'intervista densa quella che Marilia Piccone ha fatto a Benedict Wells, autore de "L'ultima estate", che ci racconta di come è nato il suo romanzo scritto quando aveva solo 21 anni.
Intervista a Benedict Wells, autore de "L'ultima estate"

Foto a cura di ©Roger Eberhard

Avevo incontrato Benedict Wells quando era venuto in Italia per la pubblicazione de “La fine della solitudine”. Questa volta, però, non sono riuscita ad incontrarlo e, tuttavia, desideravo fargli delle domande sul suo romanzo giovanile (si fa per dire, Benedict Wells è tuttora giovanissimo). Ed ecco l’intervista per posta elettronica.

 

Questo è un romanzo molto differente da “La fine della solitudine” ma, in qualche maniera e in modo diverso, Lei anticipa alcuni dei temi di quel libro, come se la assillassero. Segue i suoi personaggi nella loro evoluzione verso la maturità e “L’ultima estate” è un doppio romanzo di formazione: come mai Robert Beck, 37 anni, non ha ancora trovato la sua strada nella vita? Ha tutto a che fare con i suoi genitori? Non è questo un modo per non accettare la sua responsabilità? Ed è questo che Rauli gli insegna, capovolgendo l’ordine naturale e diventando l’insegnante del suo insegnante? Tante domande in una, lo so…

È difficile dire perché qualcuno non trovi la sua strada nella vita. Penso che sì, decisamente Robert Beck sia stato ferito quando era un bambino e, perfino peggio, non poteva parlarne con nessuno e per questo ha sviluppato un atteggiamento cinico e un carattere chiuso. E poi cercava le cose che voleva, ma forse non erano le cose di cui aveva bisogno. Ecco perché è incapace di prendere delle decisioni e si sente perso quando all’improvviso incontra Rauli. Quindi sì, per un certo periodo sembra che Rauli diventi una sorta di insegnante per lui, ma non dura molto perché anche Rauli ha i suoi segreti e i suoi demoni. Anche se nella giovinezza c’è pura semplicità e forza, dopo ce ne dimentichiamo quando tendiamo a pensare troppo su tutto.

 

A proposito, è strano che entrambi i suoi titoli inizino con una parola che significa che qualcosa è finito - mi chiedo che cosa significhi…

È una coincidenza, gli altri miei libri hanno titoli molto diversi. Ma è per domande così che spesso imparo qualcosa sul mio lavoro. Quando ho scritto “L’ultima estate”, ero molto giovane, avevo 21 anni. Non avevo idea di quali fossero le mie tematiche, scrivevo dall’interno. Mi sono reso conto dopo - anche grazie alla domanda di un giornalista - che sembra che ‘la solitudine’ sia il mio argomento: lo si trova in ogni libro e naturalmente anche ne “L’ultima estate”.

 

Il rapporto fra Robert e Rauli è molto interessante: Rauli è una sorta di doppio di Robert?

Direi di no. Piuttosto mi ha sempre fatto pensare al giovane Bob Dylan, un giovane genio vulnerabile che racconta storie di continuo, alcune vere e alcune no. Rauli non è affatto cinico come Beck, è puro ed aperto, sa come esprimere i suoi sentimenti. Ecco perché rappresenta una sfida per Beck che all’inizio è molto riservato.

 

E Rauli è una prova di quello che sosteneva nel suo altro romanzo - che il vero talento è la forza di volontà, come diceva Jules ne “La fine della solitudine”?

Ho scritto di Rauli molti anni prima di scrivere “La fine della solitudine”, ma sono d’accordo. Sì, alla fine tutto il talento va sprecato perché semplicemente Rauli non lo vuole abbastanza.

 

Devo confessare che non mi è piaciuto il personaggio di Lara. O, forse, è la controparte giusta per il personaggio di Robert: il loro rapporto è un incontro di due solitudini?

Posso capire benissimo il suo punto di vista. Mi piacciono molto i personaggi femminili forti come in “La fine della solitudine”. Ma, ad essere onesti, “L’ultima estate” è soprattutto un romanzo su tre uomini molto diversi che si ritrovano a fare un viaggio delirante alla volta di Istanbul, perciò Lara non ha abbastanza tempo sul palcoscenico per avere un impatto più profondo. Ma è molto importante per Beck. Alla fine lui non le può dare quello che lei vuole, ma lei spezza la sua superficie ghiacciata. Volevo anche qualcuno che apportasse delle conseguenze nella sua vita. Lei è indipendente per conto suo e non ha intenzione di aspettarlo per sempre. Volevo una storia d’amore realistica e non di stampo cinematografico.

 

Il romanzo è pieno di musica - è naturale visto che nel nostro incontro precedente mi ha detto che ama molto la musica. Vorrei che mi dicesse di più sulla scelta di appuntare la nostra attenzione su Bob Dylan. Robert lo odia perché suo padre lo amava, e tuttavia è Dylan che gli appare nella sua allucinazione.

Personalmente sono un grande fan di Bob Dylan, ma non avevo pianificato fin dall’inizio che avesse un ruolo così importante. Si è insinuato da solo nel romanzo. È iniziato con Beck che lo odiava perché suo padre lo amava tanto. Poi - come ho detto prima - Rauli era per me un poco come il giovane Dylan. E ascoltavo molto la sua musica mentre scrivevo il romanzo e per questo ho intitolato ogni capitolo come una canzone di Dylan. E mi piaceva l’idea che, fra tutte le persone possibili, fosse proprio Dylan che dice a Beck che cosa debba fare. C’è molta saggezza nelle canzoni di Dylan, e allora ho pensato: questo tizio mostrerà il cammino al mio protagonista.

 

Perché ha scelto la fine degli anni ‘90 come tempo in cui ambientare il romanzo?

Semplicemente volevo catturare quel tempo. E non mi piace molto scrivere del futuro. Ho finito il romanzo nel 2007 e la storia inizia negli anni ‘90 ma finisce nel 2008. Sarebbe stato strano scrivere qualcosa che si svolge, diciamo a dieci anni di distanza nel futuro, perché non sai mai che cosa succederà e non puoi controllarla in quanto narratore. Il passato è tuo, il futuro è aperto.

 

Lei stesso entra nel romanzo come ex studente di Robert e mi ha fatto pensare ai romanzi del ‘700 quando lo scrittore faceva sentire spesso la sua voce nel libro che stava scrivendo. Qual è il suo ruolo nel romanzo?

Volevo decostruire un poco il romanzo classico. La mia parte, poi, è anche una sfida. Beck è piuttosto un personaggio, a volte cinico e duro, e io volevo mettermi nel romanzo per fargli delle domande e vedere dietro la sua maschera. Era anche un modo per raccontare una storia in una maniera che speravo fosse interessante e insolita, specialmente la fine. O almeno, questo è quello che pensavo quando avevo 21 anni.

 

 

Foto a cura di ©Roger Eberhard, per gentile concessione di Salani Editore.

 


Intervista a Benedict Wells 2017

 

Recensione di Marilia Piccone ai romanzi:

"La fine della solitudine"

"L'ultima estate"

 

 

Intervista realizzata da Marilia Piccone

Dicembre 2019

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